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Missioni 2019 Perù

Verso le 22 di sabato 22, eravamo già quasi tutti a letto. Avevamo appena affrontato un viaggio di poco meno di 24 ore e l’unica cosa che ha potuto rinviare il tufo nel letto è stata la fame. Domenica 23 invece si ripete, più o meno, la stessa dinamica del giorno prima. Siamo divisi in due voli, uno in partenza alle 8.50 l’altro in partenza alle 9:50. Decido quindi che saremo partiti da casa alle 5. Avverto anche che non saremo stati noi dello staff a svegliare, ma che ognuno sarebbe stato responsabile di ciò. 

Sveglia quindi alle 4 e mezzo, che in realtà grazie al fuso orario non diventa così problematica. Alle 5 quasi tutti i ragazzi sono fuori… 5.15 pensiamo di essere pronti, consegniamo le valigie e saliamo sui due pullman. Ogni responsabile dei pullman fa il conteggio delle teste salite… sorpresa ci manca una… ricontiamo… continua a mancarci una… a questo punto del viaggio siamo in 90, siamo stanchi, per un istante pensiamo che essendo così pochi gli assenti, questa differenza sia dovuta al sonno o a qualcosa che ci sfugge… non me la sento, non ce la sentiamo e facciamo scendere tutti dal pullman… appello nome dopo nome… e sorpresa, ricompare la persona mancante, che in realtà non è tanto un ricomparire quanto un prendere atto… era ancora a letto e aveva dimenticato di mettere la sveglia. Tutto di corsa, si sale in pullman e siamo nell’aeroporto verso le 6.15…

Consegna delle valigie e check-in vari e iniziamo l’imbarco. Nel frattempo arriva padre Gonzalo che partirà con il secondo gruppo, si fanno le presentazioni del caso e ci si saluta. Il padre sta piano piano migliorando il suo italiano. È stato con noi a Roma da tre mesi ed è la prima volta che a che fare con ragazzi non romani. Il suo primo commento infatti è stato: “i milanesi parlano molto più chiaramente! capisco quasi tutto!”… Poi nel comunicarsi anche piano piano prende confidenza. Il padre è una persona allegra e che sa stare tra i ragazzi. E come quasi ogni peruviano fa tanta fatica con le doppie (quindi non sarò più preso in giro in solitudine!). Ebbene i ragazzi sono sempre ragazzi, anche se pensavo che con il padre un po si sarebbero contenuti! Il padre sbaglia qualche doppia di qua e qualche doppia di là nel dire i cognomi per essere sicuro di avere tutti sull’aereo… uno dei nostri cari ragazzi decide di aiutare il padre con le doppie e spiega a lui che il suo cognome ha una sola “n”, e non due come lui ha pronunziato: “No padre, con una sola “n”, non due. Una sola “n”, come ano!” Non so come avrebbe reagito un altro sacerdote o qualcuno di noi consacrati, magari alzando gli occhi al cielo e dicendosi “perché a me”… il padre devo dire se l’ha presa molto sportivamente, si è fatto una bella risata e ha imparato qualcosa di nuovo della grammatica italiana!

Atterrati ad Arequipa, nel tempo che ce stato tra il primo e il secondo gruppo, i ragazzi approfittano per prendere il sole, l’aria, e allungare un po le gambe. Hanno una capacità pazzesca per supporre, senza dire nulla, che possono abbandonare valigie e zaini, anche con i passaporti dentro, e che ci sarà sempre qualcuno che li controllerà, un affidamento alla provvidenza invidiabile insomma! Beh dopo un po di minuti e in mezzo a un grande hall dell’aeroporto di Arequipa, mi ritrovo un bellissimo zainetto con dentro il passaporto! Qualche minuto dopo arriva un po in ansia il nostro caro amico spaesato, e la sua anima torna in corpo quando vede che lo zaino è ancora nelle nostre mani. E parlando del “spaesamento” devo raccontare che ad oggi ci sono state tre crisi di “Nando ho perso/mi hanno rubato il portafoglio/cellulare”… crisi risolta con un po di pazienza e calma, e il fermo proposito di cercare bene…

Per non farla troppo lunga, arriviamo alla casa che ci ospiterà verso le 12.45… (e a questo punto del racconto devo riconoscere che sono andato a dormire… cioè mentre scrivevo, domenica sera, ho dovuto smettere e ricominciare, ora, lunedì mattina… il perché… ho notato che i frutti della stanchezza e del sonno si materializzavano nel testo… scritti senza senso, frasi intere che non c’entravano con il viaggio ma a cose a cui stavo pensando… dopo i primi tentativi e un bel po di fastidio ogni volta che me ne accorgevo di tutto il non senso… e avendo insistito tanto pensando che tutto si può e che la forza di volontà è tutto, mi sono fatto una forte risata alla undicesima frase senza senso, mi sono fatto pace al cuore, riconosciuto che ero stanco, che probabilmente non soltanto mi meritavo una bella dormita e che ne avevo proprio il bisogno, ma sopratutto riconoscendo, nuovamente come alla partenza, che sono fragile, anche limitato, e che non ha nulla di male… quindi con la pace nel cuore e un sorriso in faccia, pijama addosso e a dormire!)

E il racconto riprende qua… è già lunedì ma devo continuare con quanto successo domenica, da quando abbiamo mangiato in poi. In realtà non molto… cioè, ci siamo distribuiti nelle stanze, maschi in un edificio, una chiesetta in mezzo, e le ragazze nell’altro edificio, e siamo riparti verso il centro storico, per fare una breve passeggiata, che è finita, dopo la classica foto di gruppo nella piazza centrale, con la bianca cattedrale alle spalle e uno dei tre vulcani che circondano la città (due su tre attivi se non sbaglio… cioè attivi ma dormenti!, quindi tranquilli genitori), dicevo, è finita nel supermercato. Gli obbiettivi dei ragazzi sono chiari: acqua in quantità industriali, e schifezze varie. Le varie casse in giro per il supermercato impazziscono, di colpo si sono ritrovati quasi un centinaio di italiani, e gli italiani si fanno riconoscere subito da queste parti, per la sua, diciamo, poca non rumorosità. 

Tornati a casa e mollate le cose nelle stanze (posate, e non so se ci sono doppie da qualche parte, per chi ritiene “mollare” troppo giovanile!) ci siamo riuniti in auditorio per iniziare proprio con l’esperienza. È la classica prima conferenza che penso si abbia sempre che si inizia qualcosa, e a maggior ragione se è qualcosa di importante: e quindi ricapitoliamo il famoso regolamento, che non è un togliere libertà, ma garantire che possano fare l’esperienza nel modo più bello possibile. Ricordare loro che il senso della presenza di tanti consacrati nel gruppo risponde solo ad accompagnarli, ad aiutarli a vivere il viaggio non soltanto al massimo delle proprie forze fisiche, nella donazione quotidiana, ma viverlo con il cuore aperto, attento ai “segni” che ogni giorno ci sono e che ci vogliono dire qualcosa in maniera del tutto personale. Soprattutto ricordare loro che noi grandi, lo staff di 9 ragazzi universitari, la parte organizzativa ed strutturale del viaggio, fanno solo una piccolissima percentuale del viaggio, e che la stragrande maggioranza dipenda da loro: da quanto ci lasceranno toccare dall’esperienza, da quanto riusciranno a far crollare le maschere, da quanto rinunceranno a pensare che il vero amore deve essere meritato quando in realtà è solo dono gratuito che tocca imparare ad accogliere, da quanto crederanno che ognuno di loro è unico, e unico è il ruolo che svolgeranno non soltanto in questo viaggio, ma in tutta la loro vita… ma la chiave di fondo, di quanto capiranno e metteranno in pratica che per provare la vera gioia, la pace nel cuore, non ci si arriva senza fatica, e che non escludono le sofferenze, anzi, direi che le sofferenze la garantiscono proprio. Dipenderà soprattutto da quanto si lasceranno toccare ed amare dalle persone che incontreranno, dalle loro storie, dei loro gesti, dalle loro speranze. Ho anche ricordato, tornando alle moleste percentuali, che magari possiamo dire che a noi che organizziamo ci tocca il 10 per cento e che ai ragazzi tocca il 90 per cento restante. Ma ricordato anche che la vita e la realtà, ma soprattutto Dio, che a mio modo di vedere non ne sa di matematica, è un essere amorevole che ci mette il 100 per cento, abbracciando quel piccolo 10 per cento di noi consacrati e quel 90 per cento dei vari ragazzi del gruppo. 

Finita la riunione, e risolto qualche dubbio, ogni ragazzo ha preso il suo libretto per le meditazioni personali, e poi ha consegnato il proprio cellulare. Certo, solo dopo essere stati rassicuratissimi che non ci saranno conseguenze psichiche negative per non avere il cellulare per 16 giorni, che non ci saranno sindromi di astinenza, e che ce in torno a noi una realtà fatta di amici cari che hanno tanto da dirci e cui abbiamo tanto da dire… e che quanto succede dall’altra parte del mondo, con delle eccezioni magari, può aspettare questi giorno prima di essere a noi noti.

Usciti dall’auditorio siamo andati in chiesa per la santa Messa. Questo è il primo anno che tra noi ce un sacerdote della nostra comunità che parla anche l’italiano. Il che a mi modo di vedere è molto arricchente. Noi dello staff potremo andare a messa ogni giorno, ne sentiamo il bisogno, oltre i due momenti di adorazione la mattina prima di svegliare i ragazzi e la sera poco dopo tornati dal lavoro. È vero che può dipendere molto dal sacerdote, ma da un peso diverso al viaggio, nonché la possibilità, per chi lo desidererà, di poter confessarsi e magari riprendere, piano piano, un percorso interrotto tanti anni fa, di solito nei casi dei ragazzi italiani quanti subito poco dopo la cresima (ovviamente senza generalizzare, solo statisticamente parlando…). Questo domenica si festeggiava la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Il Vangelo scelto per questo giorno è una delle moltiplicazioni dei pesci e pani, e in questo caso quella raccontata da Luca. Dinanzi a una folla affamata, Gesù ordina i suoi discepoli di darli di mangiare, “pensateci voi” in pratica. I discepoli fanno notare il loro maestro che di pesci e pane ce ne sono solo due e cinque, al che Gesù risponde con un’indicazione sulla distribuzione delle persone e poi benedicendo quei pochi frutti nelle mani degli uomini, i suoi discepoli, che poi diventano alimento fino alla sazietà per quei più di cinquemila persona affamate. E a me questo brano ha parlato molto di questo viaggio che stiamo per iniziare… perché noi uomini ci presentiamo così, con solo due pani e cinque pesci, con questi pochi doni, preziosi perché sono nostri, ma sono sempre ben pochi fino a tutto ciò che ce da fare. Ed è quella la mia esperienza ogni volta che mi reco nella mia terra per portare un po di aiuto a chi più soffre dal punto di vista materiali e non solo. Uno arriva felice, anche un po fiero perché no, ma poi ci si scontra con una realtà che ci supera infinitamente, e con la consapevolezza, che la realtà ti sbatte in faccia, che ci sarà sempre molto più da fare. Ma nel Vangelo Gesù non scarta quei pochi pani e pesci, ma ne ha bisogno di loro, Gesù non scarta i nostri doni, le nostre piccolezze, ma ne ha bisogno di essi per trasformare la realtà. Suppone certamente un affidamento, credere alla sua parola, al suo invito… e poi i frutti arrivano. E l’esperienza qua in Perù è un po così… perche effettivamente uno potrebbe pensare che è talmente poco quello che abbiamo portato, che non abbia così tanta importanza… e invece è fondamentale quel nostro poco, poco ma unico, perché ora siamo noi, ognuno dei ragazzi che fa parte del gruppo, a poter dare il suo a questa missione, un “suo” che è unico quanto è unico ognuno di loro. Ma ce da fidarsi, da credere a quella voce interiore che rassicura, e che ti invita a donarti. 

Usciti dalla messa siamo andati a mangiare, poi quasi subito una breve preghiera per chiudere la giornata, e verso le 9.45 erano quasi tutti a letto… che belle queste prime notti in cui i ragazzi sono a pezzi a causa del fuso e del viaggio, che bello che possiamo andare a dormire presto… ma tanto da martedì o mercoledì non sarà più così, e solo Dio lo sa da dove tirano forze per andare avanti anche fino a notte inoltrata… 

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