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Missioni 2019 Perù

La giornata di mercoledì non è particolarmente diversa da quella di lunedì e martedì. E in pratica, se la paragoniamo al martedì, l’unica cosa che cambia è che la sera dopo mangiato è il turno della riflessione in gruppi delle ragazze, mentre i ragazzi sono convocati in auditorio per scrivere la loro prima meditazione personale. 

Siccome mi sono autoimposto il dovere di scrivere qualcosa ogni giorno, cercando anche di non essere scontato o banale, diciamo che durante la giornata devo fare particolare attenzione a cogliere qualcosa che nella sua novità valga la pena di essere raccontato. E quando nulla accade, o meglio ancora quando non riesco a cogliere nulla, diciamo che un po di sana “preoccupazione” si comincia a manifestare, soprattutto pian piano che passano le ore e non ho idea di cosa parlerò. Certo il vantaggio è che verso la fine della giornata capitano sempre due venti fondamentali che hanno diverse ricchezze e devo dire che fino a certo punto ce l’imbarazzo della scelta (e mentre scrivo l’ennesimo “ce” mi chiedo se sia scritto proprio così o deva scrivere “c’è”… e un po’ mi vergono visto che sono 16 anni in Italia, mi posso consentire di sbagliare le doppie, ma il ce o c’è no dai!). 

Comunque tornando ai discorsi che contano, la giornata di mercoledì mi ha presentato due eventi con del contenuto da raccontare. Il primo la messa. Trovo che le letture, il Vangelo di ogni giorno, ha sempre qualcosa da dirci, persino o meglio direi soprattutto nel contesto nel quale ci troviamo. Poi devo dire, che l’idea di fare la messa quotidiana per noi consacrati e lo staff dei ragazzi universitari, e dare la possibilità ai ragazzi più piccoli di partecipare se vogliono, è stata azzecca. Non vi nascondo il mio stupore nel vedere la piccola chiesetta che pian piano si riempie dai ragazzi, non tutti ovviamente, ma si e no una ventina di loro viene ogni giorno. A loro si aggiungono quelli che, vista la disponibilità del sacerdote, decidono di confessarsi.

L’altro momento privilegiato è stata la riflessione nei gruppi. Un vero privilegio perché hai a che fare con le storie dei ragazzi, e questo oltre un privilegio è anche qualcosa di molto delicato. Ci vuole prudenza, un po di “saggezza” anche per capire, discernere, cosa dire, come dirlo e quando dirlo (questo credo si deva applicare sempre nelle nostre vite), cioè il sapere una cosa non vuol dire che la deva automaticamente dire così com è, o come la vedo io, senza filtri. Nell’incontro con altri, con altre anime, cuori, persone, ci vuole una certa sensibilità per capire i modi e i contenuti migliori, senza rinunciare alla verità e soprattutto a che ciò che deve muovermi è fare del bene all’altro, cercare del proprio bene. E su questo piano ho visto che i ragazzi hanno bisogno, in realtà tutti, di amici veri, cioè non amicizie che ti acconsentono tutto, ma quelle che fanno lo sforzo di amarti correggendoti, perche ti vogliono bene e vogliono il tuo bene. A volte questo può passare per un momento doloroso, che ti dicano determinate cose può far male, ma l’esito della correzione passerà non soltanto dai modi di chi te lo dice, ma dal fatto che tu stesso sia in grado di metterti in dubbio, di non vittimizzarsi, e di riuscire a vedere in quel atto, un atto autentico di amore.  

Questo presupposto è stato importante per la dinamica del gruppo: perché ci sono situazioni in cui mi atteggio così superficialmente? perché se so distinguere il bene dal male, perché se so capire e esperimentare ciò che è essenziale, scelgo non poche volte con l’egoismo e la leggerezza di chi non se ne frega niente? E le risposte a queste domande sono probabilmente infinite quanto infinite sono le persone, ma ce una prima riflessione, o tassello da mettere per poter costruire, o ricostruire, secondo me. I ragazzi non sono scemi, sanno benissimo distinguere quando e come nel fare del male, si fanno del male, rimangono insoddisfatti. Questo è causa di molte sofferenze, a volte anche sensi di colpa, o di frustrazione. E forse la prima cosa, tassello, su cui vanno rassicurati è che va bene sbagliare, non è che dentro di te qualcosa che non va, cioè in un certo senso si ma non è una colpa. Noi persone, siamo così, un po “guaste”, come recita il libro che sto leggendo nei momenti liberi. Non una visione negativa di sé occhio, ma neanche una visione dove ci si illude che dobbiamo eccellere sempre e riuscire in tutto e che se non è così non saremo mai adeguati. Neanche si tratta di un invito all’accontentarsi o al non darsi da fare. È solo un invito a guardarci per ciò che siamo: esseri che hanno un cuore che brama per l’infinito, che veramente vorrebbe fare del bene, vorrebbe donarsi in cose belle, ma che tante volte non ci riesce. E dico che è fondamentale perché quando capisci che se non ci riesci non è perche sei un disgraziato o non sei apposto o sei da buttare, ma che semplicemente siamo limitati da tantissimi punti di vista. Solo quando capisci, o inizi a capire questo, una certa pace può innondare il cuore, e le ansie, persino attacchi di panico, e tutti i sensi di colpa, quelli nocivi, danno passo a una serenità che non porta all’accontentarsi ma addirittura dona uno strumento per affrontare meglio le sfide di ogni giorno, senza il peso, che uccide, di pensare che i nostri risultati ci definiscano, e che se non li raggiungiamo non saremo degni di amore…

E il titolo? Il titolo è una quasi scontatissima frase presente nel Vangelo di mercoledì. Gesù in questo brano devo dire è parecchio duro. Afferma con risolutezza che se l’albero da frutti cattivi deve semplicemente essere tagliato e gettato nel fuoco. Uno potrebbe pensare che affinché un albero dia frutti buoni, frutti belli, basterebbe che ci siano le cure esterne accurate, necessarie, magari anche eccedendo in qualche cosa. Un ambiente adeguato, amore, spazi dove si riconoscano i valori di questo “albero”. Ma la realtà è di solito parecchio più complessa… in tutti questi anni ho potuto conoscere famiglie fantastiche che hanno fatto di tutto per curare con amore i propri “alberi”, ma che i frutti sono stati disastrosi, e di conseguenza fonte di infinite sofferenze per i genitori. Ma conosco anche genitori, senza entrare in giudizi personali visto che ognuno di noi ha una storia alle spalle e bisogna prima di tutto essere comprensivi e saper ascoltare per capire fino in fondo qualcuno, che per tanti versi sono stati disastrosi e i cui figli sono cresciuti in modo fantastico. E l’esperienza qua è a tratti un po così. Perché non basta un ambiente che ti invita costantemente alla profondità, al sacrificio, al donarti, all’uscire di te, per fare di te un albero buono che da frutti buoni. Rientra di nuovo in gioco quel che dicevo prima sull’essere nati un po guasti. Ovviamente poi, almeno dal mio punto di vista, non esistono alberi totalmente buoni o totalmente cattivi i cui frutti sono allo stesso tempo riflesso di ciò. Credo che l’invito di Gesù sia quello di ricordarci che siamo fatti, che il nostro cuore è fatto, per fare cose belle, cose grandi, che sono quelli i frutti buoni ai quali siamo chiamati. E quindi tocca lavorare non soltanto negli aspetti esterni dell’albero della nostra vita, del tipo di aria in cui si trova, della terra in cui affonda le radici, della luce del sole dal quale si lascia “nutrire”, ma anche di un costante lavoro interiore per conoscersi, accettarsi e amarsi… solo così, credo io, potremo dare frutti buoni, che sono in ogni caso e per ogni persona, anche essi unici.

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