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Missioni 2019 Perù

Trovare un titolo al post di oggi non è stato molto difficile, come invece lo è stato nella maggior parte dei post precedenti. Ci siamo divisi un due gruppi per le giornate di domenica 30 e lunedì 1 luglio. 

ll gruppo dei ragazzi che partecipavano per la seconda volta delle missioni hanno visitato le linee di Nazca il primo giorno, e il secondo giorno hanno fatto un giro nel deserto sulle dune, sandboard, visita ad un oasi con tanto di tufo e giochi vari in acqua. Nelle parole di tanti, una delle giornate più belle della loro vita. “Assurdo” pensare che un adolescente possa affermare tutto ciò da una giornata passata lontani da ogni tipo di moda, da ogni tipo di tecnologia, solo passando del tempo con dei coetanei, godendosi la natura e divertendosi come bambini. 

Il gruppo dei ragazzi che partecipava delle missioni per la prima volta, ha visitato Cusco il primo giorno, e Machu Picchu il secondo. Era la prima volta che affrontavano la visita turistica per eccellenza in Perù senza cellulare. I ragazzi sono stati sinceri, avrebbero voluto avere la musica, e farsi qualche foto (ho inviato un fotografo apposta così da immortalare, diciamo, questa visita). Ma la valutazione è stata lontano dall’essere negativa, erano felici di aversi potuto godere le visite per ciò che sono, senza il tramite del cellulare e la sua fotocamera che riduce di tanto la realtà, e confrontandosi tra di loro, condividendo più di quanto avrebbero fatto se muniti con le loro amate canzoni e i loro quasi irrinunciabili social. 

Poi storie da raccontare ce ne sono in entrambe gite, ma non ci basterebbe questo post. L’unica cosa che mi è sembrata illegale, è chi ha scelto di mangiarsi un hamburger vegano nel miglior ristoranti di hamburger del Perù e che si trova a Cusco! Incomprensibile veramente!

Mentre i ragazzi di Nazca riposavano fino a mattina inoltrata, i ragazzi di Cusco si svegliavano verso le 5 del mattino per prendere il volo che li avrebbe portato a Lima. Atterrati verso le 10, alle 14 erano a Cañete, riuniti nuovamente tutti quanti. Abbiamo avuto dei nuovi arrivati anche. Si sono aggiunti altri due consacrati e insieme a loro uno dei ragazzi che poi farà il viaggio in Ecuador. Siamo in tutto 80 ragazzi, 9 universitari dello staff, sei consacrati, un sacerdote e un matrimonio.

Abbiamo pranzato insieme e poi ci siamo radunati in auditorio. Ho fatto un brevissimo discorso ricordando il motivo per il quale siamo qua, un po di regole, e le rispettive conseguenze se qualcuno decidesse di ignorarle. Poi siamo passati ai caposquadra e i membri di ogni squadra. Tra i caposquadra ci sono ragazzi e ragazze sia del primo che del secondo anno. Una cosa molto bella è che ad ogni nome gli applausi di tutti gli altri ragazzi si facevano sentire, una sorta di dimostrazione non soltando dell’affetto nei loro confronti, ma della riconoscenza del ruolo che si sono guadagnati non soltanto con la loro testimonianza durante la prima settimana di lavoro, ma con il loro modo di porsi nei confronti di tutti e tutto, con positività e generosità. 

Verso le 15.30 siamo saliti sui pullman, tre in tutto, e due macchine. Dopo circa 40’ di strada siamo arrivati alla baraccopoli dove costruiremo 28 case. Abbiamo incontrato 24 delle 28 famiglie. 4 di loro erano ancora a lavoro e le conosceremo domani. Abbiamo diviso i ragazzi per squadre, e messi in un estremo del campo da calcio della zona. All’altro estremo le famiglie. Una ad una facevo l’appello, si avvicinava chi veniva nominato e sceglieva, tra una marea di strilli da parte dei ragazzi, una delle squadre. Una volta che tutte le famiglie avevano scelto il gruppo che avrebbe costruito per la loro futura casetta, sono andati insieme alle loro attuali case. L’idea era di conoscersi a vicenda, vedere come vivono attualmente queste famiglie. I ragazzi restano impressionati: il tempo è molto fastidioso, una piaggia sottile sottile fa di sfondo, un cielo grigio, un’umidità altissima, il terreno fangoso. Poi ci sono gli odori. Ci sono delle mucche, alcune delle famiglie allevano galline e porcellini d’india. Ce anche odore di spazzatura, spazzatura bruciata e anche di escremento. Le famiglie vivono tutte in condizioni poverissime, nessuna ha un pavimento, tutte a contatto con la terra. Le mura sono fatte di pezzi di paglia, e chi è riuscito a risparmiare un po più di soldi ha delle mura fatte di pezzi di legno sottilissimo, mure legate tra di loro con qualche corda. I tetti sono fatti da teli, teli di quelli che si usano per raccogliere le patate del campo. Non c’e acqua, ogni due o tre giorni passa un camion che riempie dei contenitori che ognuno ha dentro casa. Non c’è neanche elettricità, e chi ce l’ha è solo perché la prende illegalmente da qualche sorgente lì vicino. Ovviamente tutti i collegamenti sono “artigianali”, fatti un po a caso e molti di essi all’intemperie. Le condizioni delle cucine sono pietose, pieni di insetti e in tanti casi anche di spazzatura. Non hanno servizi igienici, neanche la fogna. Ogni casa ha un buco scavato in terra, di almeno due metri, dove fanno i loro bisogni. Alcune case hanno un ambiente unico che funge per tutto, altre hanno divisioni per stanze, che contengono un umile letto e un materasso di paglia, duro quasi dormire sul pavimento. 

Si torna a casa grati, ma sconvolti. Grati per il weekend passato insieme, scoprendo la natura, divertendosi, facendo un buon uso del proprio tempo, che è unico quanto è unica la propria vita. Si torna a casa sconvolti, per l’ingiustizia, la sproporzione, il senso di impotenza di quanto hanno visto, e sentito. Perché la “sofferenza” non si ferma a quanto visto con gli occhi, ma va oltre quando si sentono le storie. Si torna a casa grati di quanto la vita immeritatamente ci ha concesso, e spero anche con la volontà di fare di questi giorni che vengono qualcosa di speciale e utile, con senso che da senso alla propria vita, quel senso che solo la gioia di donare ce lo può far vivere. 

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