Missioni 2019 Perù

La qualità interiore di una persona si conosce dal modo in cui reagisce in situazioni di difficoltà

Decidiamo, cioè decido insieme allo staff, che la sveglia di oggi sia alle 6:30. Oggi è giornata di conferenza e preferiamo farla, come già da qualche giorno, la mattina presto, prima di andare a lavoro. Questa scelta si rivela vincente, soprattutto perché negli ultimi giorni i ragazzi sono particolarmente stanchi. Il lavoro fisico e continuo lungo la giornata, insieme all’accumulo della stanchezza di queste due settimane da queste parti, si fanno sentire. Tra le 7 e le 8 quindi ha luogo la preghiera del mattino e subito dopo ci incontriamo tutti in auditorio per ascoltare Giovanni che ci parlerà dell’amore. 

Si inizia con un accenno alla nostalgia di casa. In effetti, in questi ultimi giorni, con l’avvicinarsi della partenza, si vive un po una situazione ambigua. Da una parte si immaginano le prime cose che si faranno al rientro in Italia, dal cibo (che tanto manca) alle persone o posti che si visiteranno. Dall’altra parte, ce una parte nei ragazzi che vorrebbe rimanere qua, non tanto il luogo fisico, quanto il luogo interiore, nel cuore, che è sorto pian piano a partire dai vissuti di questi giorni. Non è quindi tanto il Perù di per sé, quanto l’esserci in missione, fare del bene ogni giorno, tra amici scoperti sotto un altro modo di guardarli, con giornate piene di senso, con la fatica che si trasforma in gioia, con un altro modo di guardare sé stessi. 

Per Giovanni, come per tutti noi che li accompagniamo, è chiaro che questa è un’esperienza d’amore. E che è quello stesso amore, sotto le sue diverse forme, la promessa di cui ogni cuore ha sete e fame, e quel gesto infinito capace di saziare la nostalgia di infinito che ogni cuore umano ha. Ma viviamo in un contesto dove l’amore è tante volte merce di scambio, siamo quasi allenati a viverlo così, a misurare ogni gesto nell’attesa di essere ricambiati… ma un amore così, a mio modo di vedere, non è un amore vero, è solo una caricatura di esso, perché l’amore vero deve essere per definizione gratuito. Giovanni elenca per i ragazzi tre, tra tante possibili, caratteristiche dell’amore. L’amore è così la possibilità di una promessa di un per sempre, è anche la verità su noi stessi, ed infine è un’esperienza di libertà. Si potrebbero scrivere paragrafi infiniti a partire da questi tre aspetti. Si potrebbero anche accendere dei dibattiti, perché a nessuno piace sentirsi dire cosa è l’amore, meno ancora in un contesto dove ormai cinicamente quasi ci si arrende dinanzi all’impossibilità di un amore che sia per sempre. Effettivamente è tosta, soprattutto quando dall’equazione dell’amore si toglie l’elemento sacrificio. Ma che sia tosta non toglie che sia, in fondo, ciò che ogni cuore desidera e ciò che a ogni persona farebbe tanto bene. La garanzia di un amore non solo gratuito, ma capace di pronunciare il per sempre.

Lasciamo il locale che ci accoglie verso le 9 e arriviamo alle 10 alla baraccopoli. Lì, dove ogni giorno iniziamo i nostri lavori, ci aspettano tre camion con il secondo gruppo di case, i materiali per le altre 14 case restanti. Lo scarico si realizza in tempi record. 50’ e via. Ma poi si passa alla parte più pesante, cioè trasportare tutti i pezzi di ogni casa nei propri terreni. I ragazzi hanno l’ordine di non continuare con i lavori nelle prime case finché tutti i materiali non siano nei loro rispettivi terreni. Ho anche disposto che finché questo non sia compiuto, nessuno potrà mangiare. Non per fare il cattivo di turno, ma perché la pausa pranzo significa una pausa significativa che raffredda tutto. Ho notato che oggi, purtroppo, i ragazzi, essendo più stanchi, sono più irascibili e meno tollerabili in generale tra di loro. Cosa che loro stessi riconoscono più tardi nel briefing. Abbondano le storie di quante, scusate la parola ma è quella usata da loro, “sgravate” ci sono state tra uno e l’altro. Riconoscono che la stanchezza, e a un certo punto anche la fame, hanno avuto degli effetti poco consoni con il viaggio. 

Si mangia finalmente verso le 14:15, 45’ più tardi del solito. Niente di terribile a dire il vero. Verso le 15 si ricomincia. L’obbiettivo è quello di finire almeno una delle due case e avviarsi con i primi passi delle seconde. Oggi siamo un po’ più lenti del solito, e come riflettevo ieri, tanti piccoli errori alla base della costruzione delle diverse case hanno significato un bel pasticcio, e in alcuni casi parecchio grande, quando siamo arrivati a dover costruire la struttura per il tetto. Personalmente ho dovuto smontare e rimontare due case. La scusa più frequente tra i ragazzi è: “Nando il legno non è buono”… peccato che da quando costruisco le case non mi è mai capitato un legno non buono, cioè per carità è ovvio che non sono perfetti, ma certe impossibilità di unione tra determinate mura non sono per il legno, ma per i famosi pavimenti livellati male! A peggiorare le cose è il fatto che i ragazzi pensano che per risolvere si deva usare la forza, ma così rovinano ulteriormente le mura. In realtà quello che ci vorrebbe è osservare attentamente a dove sta l’errore. A volte basta alzare di poco qualche pezzo e, magicamente, due muri diventano totalmente complementari. Lavoriamo fino alle 17, saliamo sui pullman e torniamo a casa. Messa alle 19 e adorazione dalle 19:30 alle 20:30, quando mangiamo. Usualmente in ogni adorazione ce Benji che canta, e così accompagna la nostra preghiera. Non ho capito bene ma oggi ha scioperato, e quindi niente canti per l’adorazione. Per noi più grandi non è un problema o difficoltà, essendo allenati al silenzio e allo stare con noi stessi in preghiera. Ma per i ragazzi, che danno i primi passi, e spero di cuore non gli ultimi, può essere pesante, tranne per qualche anima miracolata e toccata dallo Spirito ovviamente! Quindi noi consacrati rimasti, cioè in realtà un paio, prendiamo l’iniziativa di cantare. Il risultato non è il massimo, soprattutto se paragonato a Benji, però alla fine cantiamo tutti, ragazzi compressi, e si riesce a portare avanti un bel momento di preghiera. 

Dopo aver mangiato ci riuniamo più o meno in fretta in auditorio, oggi vorremmo fare presto per andare a letto quanto prima. Infatti io decido di non dirigere nessun gruppo, così mi porto avanti sia con questo diario, che con l’organizzazione del secondo gruppo di missioni, che parte tra una settimana esatta dall’Italia e ha come destino prima l’Ecuador e poi il Perù. Solito briefing sulla giornata di domani e qualche accenno a quanto ho visto stamattina. Il riassunto del mio messaggio è che non mi interessa se ricostruiamo tutte le baraccopoli circostanti se facendolo ci manchiamo di rispetto e di amore tra di noi, se siamo poco tollerabili, soprattutto con chi è più debole fisicamente e se invece di aiutarci tra di noi l’ambiente diventa una sorta di gara per vedere chi lancia la frecciatina più acida del momento. È vero che non si può generalizzare, ma come dicevo prima, gli stessi ragazzi hanno riconosciuto che tra una cosa e l’altra oggi era stata una giornata difficile, tosta, con tanto nervosismo e che qualcuno non ha potuto fare a meno di tirare fuori il peggio di sé. È esattamente quello che dicevo qualche giorno prima, desideriamo nel profondo fare cose belle, fare del bene, testimoniare la verità di noi stessi, ma non ci riusciamo… non da soli, non con le sole proprie forze. 

Comunico anche ai ragazzi che sabato la sveglia sarà alle 6:30, non siamo indietrissimo con il lavoro ma preferisco prevenire ora che poi fare tutto all’ultimo e in fretta. Le ragazze si disperdono nei diversi spazi dell’albergo per fare la quarta meditazione personale, mentre divido i ragazzi in 6 gruppi per il dialogo sulla conferenza di questa mattina.