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Ormai, già dal primo viaggio, la sveglia delle 06:30 è d’obbligo. È infatti il modo migliore per approfittare al massimo la giornata e cercare di spedire i ragazzi presto a letto. Finora va bene visto che sono i primi giorni, ma so bene che già arrivando a Cañete i ragazzi sacrificheranno volentieri le pregiate ore di sonno pur di rimanere fino a tardi. Oggi il nostro orario è costretto a subire qualche modifica. Siamo partiti verso le 8:15 per l’adorazione eucaristica e poi la messa nella parrocchia qua del paese. Però al nostro arrivo ci viene detto che alle 9 ci sarà una celebrazione del paese. Inizialmente decidiamo di rimanere e farci la messa in spagnolo… però con il passo dei minuti ce ne accorgiamo che gli orari da queste parti sono tutt’altro che svizzeri, quindi decidiamo di rimanere la nostra messa alla sera, mentre invece ci incamminiamo verso il mare per pregare il rosario. 

Alle 9:30 siamo sui nostri tipici e poco moderni mezzi di trasporto. Tocca dire che le quattro case che stiamo costruendo non sono proprio vicinissime. Due stanno a venti metri una dall’altra ma la terza si trova a quindici minuti in macchina mentre la quarta ad altri 2km dalla terza… quindi in pratica ci salutiamo dopo il rosario e ci rincontriamo dopo la giornata di lavoro, la cui fine è prevista per le 16. L’obbiettivo della giornata per ogni squadra è di fissare le fondamenta e costruire il pavimento. A differenza delle case che facciamo a Cañete, e che faremo con questo gruppo la prossima settimana, queste case di Ecuador si costruiscono sulle palafitte, sono molto più grandi, quasi il doppio, ma molto più leggere. Qua infatti praticamente non fa mai freddo… ma piove tantissimo. Fissare le fondamenta significa prima di tutto scavare dei buchi profondi poco più di un metro in cui verrano fissate 12 pezzi di legno che saranno le fondamenta della casa e costituiscono una parte fondamentale di ciò che sarà il pavimento. Il pavimento invece viene costruito con 78 tavole da legno. Tutte le squadre ci riescono tranne una che ha dovuto all’ultimo cambiare il terreno per la costruzione. Hanno in pratica dovuto smontare tutta la vecchia casa del signore Gallo, così fa di cognome un signore molto anziano che fa fatica a camminare, per poi poter iniziare con le fondamenta. 

Fare le fondamenta delle case, sia qua in Ecuador che a Cañete, è sempre un’occasione per far riflettere i ragazzi, o almeno lasciarli con qualche pensiero al riguardo. È la parte più faticosa, più noiosa, e che deve essere la più precisa di tutta la costruzione. Fondamenta fatte male vuoi dire una casa che sarà storta, che avrà problemi con le sue mura, e che sarà poco stabile. Le realtà solide hanno bisogno di dedizione, di tempo, di cure millimetriche a volte. Di saper tornare indietro per rimediare e sistemare quanto sia necessario, anche le volte in cui quel tornare indietro vuol dire tanto ma tanto lavoro. Le realtà durevoli hanno bisogno di pazienza e sicura dei dettagli. Ogni piccolo dettaglio può fare la differenza, in bene come in male. Una piccola crepa al inizio può significare una grande spaccatura nel futuro. È così che si costruiscono case solide e durevoli. E così si costruiscono le realtà più importanti delle nostre vite: il nostro futuro, i nostri rapporti di amicizia più cari, il rapporto con la persona con cui si vorrà passare tutta la vita, o la stessa preparazione per affrontare un qualsiasi impegno a vita. Tutte le realtà che contano, e che definiscono buona parte della nostra esistenza, hanno bisogno di questa dedizione iniziale. Ovviamente nel caso di queste realtà umane, non basta soffermarsi in questa dedizione iniziale. Tutte queste realtà non possono vivere di rendita, ma hanno bisogno di una costante cura e attenzione. 

I ragazzi sono tornati molto carichi dal lavoro, veramente felici e soddisfatti di quanto hanno fatto. Praticamente tutti i maschi siamo finiti in mare per farci un bagno parecchio lungo, almeno fino alle 17:15, e poi siamo andati a farci la doccia per andare a messa nel paese. Finita la messa ci siamo riuniti in un salottino della parrocchia per partecipare alla prima conferenza del viaggio, la prima di cinque. Dani ha approfondito l’importanza di andare in profondità, dell’esigenza di ogni persona di iniziare percorsi per rispondersi alle domande esistenziali, fondamentali, della vita, quali da dove vengo, chi sono, dove andrò a finire, che senso ha la mia vita, il perché della sofferenza, il perché della mia fortuna e la sfortuna di altri… insomma tutta una serie di domande a cui nessuna scienza può dare una risposta esaustiva, che sappia dare serenità al cuore umano. Probabilmente ogni giorno riceviamo un sacco di informazioni, che possiamo chiamarle anche importanti, insieme a tante totalmente insignificanti, ma che non necessariamente sono essenziali. Sono le risposte alle domande essenziali quali che in qualche modo ci garantiscono la pace del cuore, il resto sono diversivi. Forse l’esempio del tramonto, usato da Dani, è quello che illustra meglio questa realtà. Probabilmente risulti molto interessante capire il perché un tramonto accade o ha determinati colori… ma è un’informazione della quale possiamo farne a meno… anzi probabilmente dinanzi a un tramonto, il nostro primo desiderio sarebbe quello di capire come mai questo determinato evento della natura suscita in me determinati sentimenti, emozioni, in alcuni casi fino al pianto…

Dopo la conferenza siamo tornati a casa, mangiato, e poi ci siamo divisi in cinque gruppi. Un gruppo misto con i 6 ragazzi dello staff, due gruppi maschili con sei ragazzi ognuno, e due gruppi femminili con sei ragazze. Lo scopo dei gruppi è approfondire sulla tematica trattata nella conferenza, confrontarsi, chiarire dubbi e condividere le diverse impressioni dei ragazzi, un arricchimento mutuo insomma. 

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La sveglia di questa prima giornata è stata alle 6:30. Preghiera del mattino alle 7 e subito dopo una classica prima colazione ecuatoriana, cioè tanta banana schiacciata e poi fritta. Partiamo verso le 8:15 per un momento di preghiera eucaristica nella cappella del paese, che dista circa 10 minuti a piedi da casa nostra. Dopo la preghiera rimaniamo in chiesa per partecipare alla messa, la prima in italiano per questo gruppo. Prima di iniziare con le attività fisiche, ci riuniamo in un salottino per dire ai ragazzi i gruppi di lavoro con i rispettivi caposquadra. Ci sono 4 squadre con 9 membri ognuna. Passiamo dal supermercato per fare un po di provviste, in altre parole le porcate che piacciono ai ragazzi, preferiti su tutti gli oreo e i doritos. Partiamo verso la zona di scarico del primo camion, arrivato stamattina con i moduli necessari per la costruzione di 4 case, prima di tutto per conoscer le prime 4 famiglie. Sono famiglie che vivono per strada, in capanne, con qualche telo nero o pezzo di legno che fungono da mura, da più di tre anni. Hanno perso tutto durante il terremoto di tre anni fa. 

Ogni famiglia sceglie un gruppo, e ogni gruppo si presenta e va a conoscere la situazione in cui vivono. Juan Pablo e Cristina, che sono la coppia che ha scelto il gruppo del quale faccio parte, vivono praticamente per strada. Cioè hanno invaso un pezzo di strada di non più di 12 metri quadri, tirato su qualche telo nero attaccato a 2 pali che confinano con le mura di un altro terreno. Nell’interno ce qualche tavolo, una piccolissima Tv molto vecchia e un solo letto di una piazza e mezza dove dormono loro due e le figlie, Cristel e Geisha, che in realtà sono figlie del primo matrimonio di Cristina. Il papà naturale delle ragazze le ha lasciate tempo fa, e non si fa vivo particolarmente speso… di fatto, le ragazze chiamano Juan Pablo il suo papà. Juan Pablo lavora come “tassista” con il suo tuc tuc, e quando viene chiamato va anche in barca per tirare fuori qualche pesce… Cristina invece fa la casalinga. La casa è a contatto diretto con la terra, e siamo in una zona dove piove tanto e forte, quindi è pane quasi quotidiano per loro ritrovarsi in una casa allagata. Fa molta impressione in questa zona il contrasto. È vero che in generale è una zona povera, ma trovi case in cemento, degne, e tenute più o meno bene. Ma c’è anche chi in mezzo a tutto ciò vive ancora in queste sorte di tende, praticamente all’intemperie e senza nessun tipo di comodità e sicurezza. È un invito fortissimo per i ragazzi da una parte ad apprezzare ed essere grati con tutto ciò che possono avere, e che è per loro garanzia di sicurezza e dignità. Ma è soprattutto un invito a guardare con occhi che siano da porta di ingresso ad un cuore che si vuole commuovere e darsi da fare per queste famiglie, e facendolo prendere atto di quali sono le cose essenziali di cui veramente abbiamo bisogno, e quante invece sono futilità a cui diamo il potere di gestirci perché nel fondo ci incatenano, ci tolgono la libertà e ci fanno credere che la serenità che cerchiamo e che anela il nostro cuore si trova nel possesso. 

Iniziamo con lo scarico del camion verso le 12.30. E finiamo, devo dire molto in fretta, verso le 13.30. In quel momento arrivano i pranzi, sponsorizzati dal comune. Ci arrivano delle porzioni giganti, con piatti diversi in ognuna. Questa è zona di tantissimi gamberi, e quindi ce più di un fortunato che riceve un piatto pieno di gamberi mentre altri, come io, ci dobbiamo accontentare con il solito pollo e riso. 

Riprendiamo il lavori alle 14:30. Abbiamo scaricato i moduli per 4 case, ma risulta che solo due saranno costruite lì vicino a dove abbiamo scaricato i camion… le altre due case sono a 12 minuti in macchina, quindi dobbiamo caricare due pick up e iniziare a portare tutto dall’altra parte. Passano 90’ circa e siamo riusciti a distribuire i pezzi delle due case lì vicino. Ci aiuto i bambini, le donne e gli uomini del posto, il che rende tutto molto più semplice. Invece il lavoro per le altre due case va avanti fino alle 17:30.

Quando arrivano tutti i ragazzi organizziamo al volo una partita 8 contro 8 in spiaggia, in riva al mare. A tratti sembra più una partita di rugby e a momento molto puntuali un vero campo da lotta libera. Tutto in amicizia ovviamente, ma senza rinunciare a un sano agonismo. Quando finiamo, dopo un’ora e passa, ci tuffiamo tutti nell’oceano, che da queste parti, al parallelo zero, ha una temperatura molto gradevole.

Torniamo a casa per lavarci, quasi tutti, e poi ci rincontriamo sulla spiaggia, verso le 19:30 per pregare il rosario. È un bel momento di pace e serenità, accompagnato dalle onde del mare che bagnano la spiaggia. Dopo aver finito di pregare andiamo tutti in albergo per mangiare. La giornata finisce con la consegna delle lettere che molti dei ragazzi hanno scritto a se stessi l’anno prima, e con un lavoro personale sulla prima meditazione proposta.

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