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Solita sveglia delle 06:30, preghiera del mattino, prima colazione e partenza verso la parrocchia per l’adorazione e la messa. Verso le 10 siamo sui terreni dove verrano costruite le seconde quattro case, quindi otto in totale, che faremo quest’anno qua a Canoa. Le famiglie hanno chiesto permesso nei rispettivi lavori per rimanere a casa e stare con noi mentre costruiamo. Diciamo casa per dire perché in realtà sono ormai terreni vuoti che verrano riempiti con le nuove casette. 

Si lavora sodo fino alle 13, orario in cui le persone del comune ci portano il pranzo. Qua la politica, come in tutto il mondo penso, è tutto un tema. Cioè quelli del comune hanno fatto in modo di far pensare alle famiglie che se hanno le case è grazie al comune. Non è che mi importi più di tanto se loro sanno che siamo noi con le donazioni ad aver preso le case per loro, mi preoccupa solo che si sentano debitori nei confronti di un comune che ha fatto ben poco per loro negli ultimi tre anni e che ora sono bravissimi a presentarsi con la tv locale, fotografi ed intervistatori. Ci siamo messi d’accordo con il comune che loro dovevano provvedere al trasporto quotidiano e ai pasti, che era il modo concreto con cui avrebbero “partecipato” alla costruzione/donazione delle otto case. Devo riconoscere che con i pasti sono stati bravissimi, anche se bisogna dire che  la fame delle 13 distingue poco di qualità ma vuole solo quantità! Invece con il trasporto sono stati un po disastrosi… Comunque niente che non siamo stati in grado di sistemare.

Siamo tornati a casa verso le 16, e ci siamo preparati per andare in spiaggia per il rosario quotidiano e poi la conferenza di Benji, sul seme e la sabbia e non solo. La presentazione è ricca di esempi, di approfondimenti e collegamenti con diversi brani della bibbia. L’obbiettivo delle conferenze e venir incontro al bisogno umano che la propria fede si intrecci, abbia a che fare, con la propria vita, e che la fede non sia vissuta come un extra che non da sapore e sfama la propria vita. Dopo la conferenza ceniamo e poi ci dividiamo in cinque gruppi. Nel gruppo che ho avuto ricevo felice le impressioni delle ragazze riguardo l’esperienza fino a questo momento. È un po’ quello che scrivevo ieri. La preghiera, i diversi momenti, tutto sommato poco più o meno di due ore al giorno, da i suoi frutti e diventa piano piano, nella quotidianità, un’occasione di ristoro, di incontrare se stessi e di fare esperienza di una certa pace e tranquillità che sono difficili di incontrare nella vita “normale” dall’altra parte del mondo. Sono in tanti a scoprire in sé un’inquietudine verso la preghiera, imparare a pregare, scoprire la personale modalità di incontro e di rapportarsi con Dio. Nel fondo ognuno di loro scopre che in qualche modo la preghiera da qualcosa che nessun altra esperienza riesce, e che è una sensazione di pace e serenità nonostante fuori, le preoccupazioni o sofferenze per esempio, restino così come sanno. Una sorta di conferma che esiste veramente la serenità o la pace interiore in mezzo alle sofferenze. 

Forse un riassunto di ciò che veniamo scoprendo, della strada camminata insieme, è che il cuore dell’uomo non è fatto per questo mondo finito, ma che esiste per l’eternità. Tempo fa, tanto tempo fa, infatti, ho letto da qualche parte: “Il cielo fu il primo amore dell’uomo, e la terra solo un sostituto”

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Tutto il rito di prima mattina sarebbe stato uguale ai giorni precedenti se non fosse stato per una problematica novità. Il paese dove siamo alloggiati riceve l’acqua potabile da un pozzo in alto ad una piccola montagna, ma i tubi si sono rotti e saranno in manutenzione nei prossimi giorni… giorni, non giorno, ma giorni, quindi ci è stato detto che non ci sarà acqua almeno fino a sabato. Quindi almeno per oggi niente doccia la mattina… e partiamo sperando che nel pomeriggio, al ritorno del lavoro e soprattutto oggi che ci tocca scaricare il camion e trasportare i moduli delle ultime 4 case qua in Ecuador, l’albergo sia riuscito a trovare una soluzione!

Dopo la messa incontriamo il camion con i moduli per le 4 case parcheggiato davanti all’altro lato della strada. Il posto per lo scarico dista circo 800 metri, quindi decidiamo di salire sul camion e andare piano piano. Nel parco, o sorta di, ci aspettano quattro signore che si presentano e una ad una iniziano a raccontarci la loro breve storia. Sin dalla prima testimonianza iniziano i pianti. Nel raccontare il terremoto, come avevano perso tutto, e come da tre anni che vivono in una tenda al intemperie, ognuna di loro si commuove e piange. Tutte quante ringraziando infinitamente e assicurando che avrebbero fatto qualsiasi cosa per noi nel caso ci fosse il bisogno. L’ultima testimonianza è quella più tosta da digerire per noi… Juana non ha “solo” perso la casa tre anni fa, ma anche un figlio tra le macerie della vecchia casetta. Il contrasto è molto forte, siamo passati da scherzare e ridere, stare un po tra noi, appena scesi dal camion, contenti dell’inizio della giornata, a sentire queste testimonianze una più tosta dell’altra… al silenzio seguono degli applausi, e ad essi segue un abbraccio di gruppo ad ognuna delle signore… E da lì in poi non ci si ferma fino alle 17, quando finiamo non solo di scaricare il camion, ma di portare in ogni terreno i materiali per le case. Tocca dire che uno dei terreni è molto vicino a dove dormiamo, mentre gli altri tre stanno veramente lontano. 

Il partecipare a messa ogni giorno ci mette a contatto diretto con la Parola, ovvero il Vangelo, ed è difficile non trovare collegamenti quotidiani con quanto stiamo vivendo. “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”, è l’invito che fa Gesù. E questa è l’esperienza sia di queste 4 donne, forti, e tanto provate dalla vita, che in mezzo al dolore e la sofferenza riescono a rimanere speranzose. Non lo dico perché l’abbia visto, ma perché è ciò di cui loro stesse rendono testimonianze. Uno potrà anche dire che la fede e la speranza è l’ultimo che li è rimasto, io non posso giudicare la coscienza delle persone, posso solo fidarmi di loro quando mi dicono che la loro forza, il loro ristoro, è stato ed è tuttora Dio. Ma è anche l’esperienza dei ragazzi, coscienti o meno, e di noi che li accompagniamo, che dopo ogni lunga giornata di lavoro, troviamo riposo e ricarica nella preghiera del rosario dinanzi al mare. Si prova una pace e un ristoro, riposo, che una bella dormita difficilmente ti garantisce… forse è cinese quanto sto scrivendo, sono quelle cose che te le possono raccontare in mille modi, ma finché non le vivi in prima persona, non le puoi capire, e quindi puoi solo ascoltare, credo io, con tanto rispetto. 

Al ritorno dal lavoro veniamo a sapere che i proprietari dell’albergo sono riusciti a trovare un camion cisterna che ha riempito l’acqua, e quindi potremo farci la doccia. Ovviamente per la gran parte dei ragazzi la tappa in doccia può accadere solo dopo un lungo tufo in mare. Abbiamo anticipato la cena alle 19:30, perché alle 20:30 dobbiamo essere dall’altra parte della città per partecipare a un falò organizzato dalla parrocchia. Qua ci sono due sacerdoti italiani, uno calabrese e l’altro genovese, e hanno insistito molto sulla nostra presenza oggi. Partiamo senza sapere cosa aspettarci e tra noi consacrati ci sono diverse posizioni a ciò che potrebbe essere questo falò con dei ragazzi della parrocchia e quelli di un gruppo di missionari americani di nome FOCUS. Arriviamo in spiaggia, delle candeline in torno fanno da via verso il falò, ci sono anche delle palme e fanno tanto ambiente. Poi parte la musica a palla e i ragazzi italiani danno il ritmo, e li seguono tutti gli altri… noi siamo un po disparte e guardiamo con un po di distacco la scena… cioè se voglio andare in discoteca ci vado, non organizzo una venuta bene a metà sulla spiaggia! Comunque poi si ferma la musica e iniziano i giochi. A questo punto non capisco come fanno i ragazzi ad avere ancora le forze. Giocano, ballano, saltano, cantano… alle 21:45 ordino la ritirata, domani si ricomincia alle 6:30 e mi serve che i ragazzi siano riposati! Arriviamo a casa verso le 22:15, e i ragazzi vanno avanti di “lupus” (un gioco) fino alle 23:30…

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Solita sveglia delle 6:30, e i ragazzi sono ancora molto puntuali. Preghiera del mattino alle 7 e prima colazione in seguito, e la solita partenza delle 8:15 verso la chiesetta per fare mezz’ora di adorazione e poi la messa. Partiamo alle 10 verso i rispettivi cantieri, tutti e quattro con le case pronte a vedere le mura alzarsi piano piano. I ragazzi lavorano in fretta, e tutte e quattro le case sono quasi finite verso l’ora di pranzo. Da lì in poi ogni gruppo aiuta la propria famiglia a iniziare con il trasloco. Fa impressione vedere, toccare, la semplicità e povertà dei loro possessi. Sono tutte cose che da noi sarebbero state scartate tanto tempo fa, cose raccolte qua e là che qualcuno probabilmente ha buttato perché rotte o troppo vecchie. Nel vederle nella nuova casa il contrasto è tremendo, ma tutto sommato, visto gli spazi, la luce, e via dicendo, ritrovano un loro posto e una sua, diciamo, dignità. È vero che il contrasto fa notare di più le crepe, la vecchiaia, la miseria di questi oggetti, ma è anche vero, e devo dire un po strano, come nell’ambiente nuovo e spazioso, non si vedono così terribili come prima. Credo che i ragazzi non si rendano ancora conto di quanto stanno facendo e regalando a queste famiglie bisognose. Spero lo capiranno quando domenica prossima andremo casa per casa a benedirle, e le stesse famiglie dedicheranno ai ragazzi qualche parola di ringraziamento. 

Nel ruolo che ricopro, ogni giorno, sia qua che a Cañete, mi capita di ascoltare tante persone bisognose che vengono da me a chiedermi come fare per ricevere una casa. Oggi, persino uno è venuto fino al posto dove alloggiamo alla ricerca di qualche dritta riguardo la possibilità di riceverne una. Sono sempre storie dolorose, che in un certo senso faccio fatica ad ascoltare. Sempre storie di gente che non ha niente, a cui non basta neanche per mangiare, e spera in qualche modo di ricevere questo regalo. Manco a dire che sono persone che non si sforzino per lavorare, anzi, lavorano e tanto, ma il tipo di lavoro a cui possono accedere non è in grado di garantire neanche una giornata di pasti completi. Fa impressione poi quando ti confronti, perché inevitabilmente lo fai, nel tuo modo di vivere, di spendere, nell’uso che fai delle risorse che hai. Ho incontrato anche una signora che non ha soldi per il medico per i suoi due figli piccoli. Il maschietto si è slogato la clavicola cadendo dalla bici, mentre la piccola tredicenne perde del sangue. Le avevamo chiesto di informarsi sul costo della visita medica, cosa che han puntualmente fatto: 20 dollari la visita… e poco prima eravamo stati al supermercato e uno dei ragazzi, tra patatine, gatorade e tanti cioccolatini della Ferrero, aveva speso poco più di 30 dollari… e le storie non finiscono qua perché uscendo dal supermercato mi si avvicina un bambino di dieci anni di nome Jesús, me chiede qualche spiccio. Non do mai soldi, preferisco andare a comprare qualcosa per la persona in bisogno o offrire un pasto. Andiamo insieme fino a una sorta di forno e mentre aspettiamo chiedo Jesús quanti sono in famiglia: sono 8, 6 fratelli più mamma e papà. Chiedo a Jesús se ha cenato e mi risponde di si con un gran sorriso, insisto con la mia curiosità chiedendo cosa ha avuto per cena e mi risponde che un pezzo di pane con del the… Compro qualcosa per lui e la famiglia e anche un piccolo gelato che mi chiede con insistenza e un gran sorriso. Non spendo neanche 10 dollari per permettere a una famiglia di 8 persone mangiare qualcosa di diverso e soprattutto di saziante… mentre qualche minuto prima avevo speso 12 dollari per un asciugamano del quale avrei potuto fare a meno se mi fosse preso più cura di quello che avevo portato, sarebbe bastato lasciato fuori ad asciugare e non dentro alla stanza, dove per forza si è rovinato… So bene poi che questi discorsi possono sembrare assurdi, avere delle possibilità migliori di altre persone, per una fortuna che tante volte non è proprio un frutto assoluto di uno stesso (ci si mettono le possibilità che abbiamo avuto e da dove veniamo… realtà che non ci siamo necessariamente guadagnati), non deve essere una colpa. Penso invece che deve diventare una responsabilità che parte della gratitudine. Una gratitudine che da una parte ci dovrebbe portare a imparare il valore delle cose, e prenderle quando ne abbiamo effettivo bisogno. Dall’altra parte, questa stessa gratitudine dovrebbe portarci a cercare di fare una qualche differenza, grande o piccola che sia, affinché rinunciando a qualcosa del nostro superfluo, riusciamo di garantire a qualcuno qualcosa di quanto appartiene a ciò che è essenziale. 

I gruppi dei ragazzi tornano piano piano a partire delle ore 15. Tutti stanchi ma felici, e pieni di energia, ancora, che è riversata nell’oceano. Gli ultimi tornano verso le 17 e passa, felici lo stesso, ma un po più scottati degli altri. Oggi, infatti, il sole è uscito con molta più forza, e anche quando ci sono le nuvole, scotta tantissimo. Un gruppo di ragazze ha dovuto fare un’escursione di emergenza nel paese per cercare di trovare un protettore solare da 50 quanto meno! Ci rincontriamo tutti quanti alle 18:30 per pregare il rosario davanti al mare. Nelle intenzioni ricordiamo le persone che stiamo aiutando, i nostri genitori, le persone a noi care, le famiglie che stiamo aiutando, e chiediamo il Signore di continuare a concederci le forze per lavorare duro e sodo come tutti questi giorni. Finito il rosario abbiamo un po di tempo libero fino alle 20:15 in cui entriamo in sala pranzo, dove ci ricevono un sacco di palloncini allestiti dalle ragazze per Maria Giulia che oggi ha fatto 19 anni. Finito di mangiare esce una torta gigante al cioccolato, piena di dulce de leche e ricoperta da tantissimo cioccolata. Contro ogni pronostico la torta non sparisce del tutto, ne rimane poco più della terza parte, ma sono certo che domani durante la prima colazione più di uno gradirà il fatto di averla ancora con sé. 

Ora i ragazzi giocano alle carte o al lupus, e la notte prosegue tranquilla. Sono ragazzi e ragazzi molto carini e bravi, sono pochi in confronto ai gruppi che di solito gestiamo, e questo crea un ambiente particolare. 

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Ormai, già dal primo viaggio, la sveglia delle 06:30 è d’obbligo. È infatti il modo migliore per approfittare al massimo la giornata e cercare di spedire i ragazzi presto a letto. Finora va bene visto che sono i primi giorni, ma so bene che già arrivando a Cañete i ragazzi sacrificheranno volentieri le pregiate ore di sonno pur di rimanere fino a tardi. Oggi il nostro orario è costretto a subire qualche modifica. Siamo partiti verso le 8:15 per l’adorazione eucaristica e poi la messa nella parrocchia qua del paese. Però al nostro arrivo ci viene detto che alle 9 ci sarà una celebrazione del paese. Inizialmente decidiamo di rimanere e farci la messa in spagnolo… però con il passo dei minuti ce ne accorgiamo che gli orari da queste parti sono tutt’altro che svizzeri, quindi decidiamo di rimanere la nostra messa alla sera, mentre invece ci incamminiamo verso il mare per pregare il rosario. 

Alle 9:30 siamo sui nostri tipici e poco moderni mezzi di trasporto. Tocca dire che le quattro case che stiamo costruendo non sono proprio vicinissime. Due stanno a venti metri una dall’altra ma la terza si trova a quindici minuti in macchina mentre la quarta ad altri 2km dalla terza… quindi in pratica ci salutiamo dopo il rosario e ci rincontriamo dopo la giornata di lavoro, la cui fine è prevista per le 16. L’obbiettivo della giornata per ogni squadra è di fissare le fondamenta e costruire il pavimento. A differenza delle case che facciamo a Cañete, e che faremo con questo gruppo la prossima settimana, queste case di Ecuador si costruiscono sulle palafitte, sono molto più grandi, quasi il doppio, ma molto più leggere. Qua infatti praticamente non fa mai freddo… ma piove tantissimo. Fissare le fondamenta significa prima di tutto scavare dei buchi profondi poco più di un metro in cui verrano fissate 12 pezzi di legno che saranno le fondamenta della casa e costituiscono una parte fondamentale di ciò che sarà il pavimento. Il pavimento invece viene costruito con 78 tavole da legno. Tutte le squadre ci riescono tranne una che ha dovuto all’ultimo cambiare il terreno per la costruzione. Hanno in pratica dovuto smontare tutta la vecchia casa del signore Gallo, così fa di cognome un signore molto anziano che fa fatica a camminare, per poi poter iniziare con le fondamenta. 

Fare le fondamenta delle case, sia qua in Ecuador che a Cañete, è sempre un’occasione per far riflettere i ragazzi, o almeno lasciarli con qualche pensiero al riguardo. È la parte più faticosa, più noiosa, e che deve essere la più precisa di tutta la costruzione. Fondamenta fatte male vuoi dire una casa che sarà storta, che avrà problemi con le sue mura, e che sarà poco stabile. Le realtà solide hanno bisogno di dedizione, di tempo, di cure millimetriche a volte. Di saper tornare indietro per rimediare e sistemare quanto sia necessario, anche le volte in cui quel tornare indietro vuol dire tanto ma tanto lavoro. Le realtà durevoli hanno bisogno di pazienza e sicura dei dettagli. Ogni piccolo dettaglio può fare la differenza, in bene come in male. Una piccola crepa al inizio può significare una grande spaccatura nel futuro. È così che si costruiscono case solide e durevoli. E così si costruiscono le realtà più importanti delle nostre vite: il nostro futuro, i nostri rapporti di amicizia più cari, il rapporto con la persona con cui si vorrà passare tutta la vita, o la stessa preparazione per affrontare un qualsiasi impegno a vita. Tutte le realtà che contano, e che definiscono buona parte della nostra esistenza, hanno bisogno di questa dedizione iniziale. Ovviamente nel caso di queste realtà umane, non basta soffermarsi in questa dedizione iniziale. Tutte queste realtà non possono vivere di rendita, ma hanno bisogno di una costante cura e attenzione. 

I ragazzi sono tornati molto carichi dal lavoro, veramente felici e soddisfatti di quanto hanno fatto. Praticamente tutti i maschi siamo finiti in mare per farci un bagno parecchio lungo, almeno fino alle 17:15, e poi siamo andati a farci la doccia per andare a messa nel paese. Finita la messa ci siamo riuniti in un salottino della parrocchia per partecipare alla prima conferenza del viaggio, la prima di cinque. Dani ha approfondito l’importanza di andare in profondità, dell’esigenza di ogni persona di iniziare percorsi per rispondersi alle domande esistenziali, fondamentali, della vita, quali da dove vengo, chi sono, dove andrò a finire, che senso ha la mia vita, il perché della sofferenza, il perché della mia fortuna e la sfortuna di altri… insomma tutta una serie di domande a cui nessuna scienza può dare una risposta esaustiva, che sappia dare serenità al cuore umano. Probabilmente ogni giorno riceviamo un sacco di informazioni, che possiamo chiamarle anche importanti, insieme a tante totalmente insignificanti, ma che non necessariamente sono essenziali. Sono le risposte alle domande essenziali quali che in qualche modo ci garantiscono la pace del cuore, il resto sono diversivi. Forse l’esempio del tramonto, usato da Dani, è quello che illustra meglio questa realtà. Probabilmente risulti molto interessante capire il perché un tramonto accade o ha determinati colori… ma è un’informazione della quale possiamo farne a meno… anzi probabilmente dinanzi a un tramonto, il nostro primo desiderio sarebbe quello di capire come mai questo determinato evento della natura suscita in me determinati sentimenti, emozioni, in alcuni casi fino al pianto…

Dopo la conferenza siamo tornati a casa, mangiato, e poi ci siamo divisi in cinque gruppi. Un gruppo misto con i 6 ragazzi dello staff, due gruppi maschili con sei ragazzi ognuno, e due gruppi femminili con sei ragazze. Lo scopo dei gruppi è approfondire sulla tematica trattata nella conferenza, confrontarsi, chiarire dubbi e condividere le diverse impressioni dei ragazzi, un arricchimento mutuo insomma. 

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La sveglia di questa prima giornata è stata alle 6:30. Preghiera del mattino alle 7 e subito dopo una classica prima colazione ecuatoriana, cioè tanta banana schiacciata e poi fritta. Partiamo verso le 8:15 per un momento di preghiera eucaristica nella cappella del paese, che dista circa 10 minuti a piedi da casa nostra. Dopo la preghiera rimaniamo in chiesa per partecipare alla messa, la prima in italiano per questo gruppo. Prima di iniziare con le attività fisiche, ci riuniamo in un salottino per dire ai ragazzi i gruppi di lavoro con i rispettivi caposquadra. Ci sono 4 squadre con 9 membri ognuna. Passiamo dal supermercato per fare un po di provviste, in altre parole le porcate che piacciono ai ragazzi, preferiti su tutti gli oreo e i doritos. Partiamo verso la zona di scarico del primo camion, arrivato stamattina con i moduli necessari per la costruzione di 4 case, prima di tutto per conoscer le prime 4 famiglie. Sono famiglie che vivono per strada, in capanne, con qualche telo nero o pezzo di legno che fungono da mura, da più di tre anni. Hanno perso tutto durante il terremoto di tre anni fa. 

Ogni famiglia sceglie un gruppo, e ogni gruppo si presenta e va a conoscere la situazione in cui vivono. Juan Pablo e Cristina, che sono la coppia che ha scelto il gruppo del quale faccio parte, vivono praticamente per strada. Cioè hanno invaso un pezzo di strada di non più di 12 metri quadri, tirato su qualche telo nero attaccato a 2 pali che confinano con le mura di un altro terreno. Nell’interno ce qualche tavolo, una piccolissima Tv molto vecchia e un solo letto di una piazza e mezza dove dormono loro due e le figlie, Cristel e Geisha, che in realtà sono figlie del primo matrimonio di Cristina. Il papà naturale delle ragazze le ha lasciate tempo fa, e non si fa vivo particolarmente speso… di fatto, le ragazze chiamano Juan Pablo il suo papà. Juan Pablo lavora come “tassista” con il suo tuc tuc, e quando viene chiamato va anche in barca per tirare fuori qualche pesce… Cristina invece fa la casalinga. La casa è a contatto diretto con la terra, e siamo in una zona dove piove tanto e forte, quindi è pane quasi quotidiano per loro ritrovarsi in una casa allagata. Fa molta impressione in questa zona il contrasto. È vero che in generale è una zona povera, ma trovi case in cemento, degne, e tenute più o meno bene. Ma c’è anche chi in mezzo a tutto ciò vive ancora in queste sorte di tende, praticamente all’intemperie e senza nessun tipo di comodità e sicurezza. È un invito fortissimo per i ragazzi da una parte ad apprezzare ed essere grati con tutto ciò che possono avere, e che è per loro garanzia di sicurezza e dignità. Ma è soprattutto un invito a guardare con occhi che siano da porta di ingresso ad un cuore che si vuole commuovere e darsi da fare per queste famiglie, e facendolo prendere atto di quali sono le cose essenziali di cui veramente abbiamo bisogno, e quante invece sono futilità a cui diamo il potere di gestirci perché nel fondo ci incatenano, ci tolgono la libertà e ci fanno credere che la serenità che cerchiamo e che anela il nostro cuore si trova nel possesso. 

Iniziamo con lo scarico del camion verso le 12.30. E finiamo, devo dire molto in fretta, verso le 13.30. In quel momento arrivano i pranzi, sponsorizzati dal comune. Ci arrivano delle porzioni giganti, con piatti diversi in ognuna. Questa è zona di tantissimi gamberi, e quindi ce più di un fortunato che riceve un piatto pieno di gamberi mentre altri, come io, ci dobbiamo accontentare con il solito pollo e riso. 

Riprendiamo il lavori alle 14:30. Abbiamo scaricato i moduli per 4 case, ma risulta che solo due saranno costruite lì vicino a dove abbiamo scaricato i camion… le altre due case sono a 12 minuti in macchina, quindi dobbiamo caricare due pick up e iniziare a portare tutto dall’altra parte. Passano 90’ circa e siamo riusciti a distribuire i pezzi delle due case lì vicino. Ci aiuto i bambini, le donne e gli uomini del posto, il che rende tutto molto più semplice. Invece il lavoro per le altre due case va avanti fino alle 17:30.

Quando arrivano tutti i ragazzi organizziamo al volo una partita 8 contro 8 in spiaggia, in riva al mare. A tratti sembra più una partita di rugby e a momento molto puntuali un vero campo da lotta libera. Tutto in amicizia ovviamente, ma senza rinunciare a un sano agonismo. Quando finiamo, dopo un’ora e passa, ci tuffiamo tutti nell’oceano, che da queste parti, al parallelo zero, ha una temperatura molto gradevole.

Torniamo a casa per lavarci, quasi tutti, e poi ci rincontriamo sulla spiaggia, verso le 19:30 per pregare il rosario. È un bel momento di pace e serenità, accompagnato dalle onde del mare che bagnano la spiaggia. Dopo aver finito di pregare andiamo tutti in albergo per mangiare. La giornata finisce con la consegna delle lettere che molti dei ragazzi hanno scritto a se stessi l’anno prima, e con un lavoro personale sulla prima meditazione proposta.

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In realtà il viaggio è iniziato il sabato 13 luglio, sia da Roma che da Milano, verso le 18 o le 19, e in realtà qualche ora prima quando i 22 ragazzi hanno lasciato le loro case per rivolgersi ai rispettivi aeroporti. I voli sono i soliti Milano- Madrid e Roma- Madrid, dove dopo un lungo scalo di poco più di 4 ore i ragazzi sono finalmente saliti nell’aereo che li avrebbe portato fino a Guayaquil, con un breve scalo a Quito. 

A Guayaquil, già dal giorno prima, c’eravamo i 5 consacrati e il sacerdote che li accompagneremo nel percorso spirituale/interiore dell’esperienza, e i 6 tra ragazzi e ragazze universitari che saranno responsabili della parte organizzativa. Con noi c’e anche da qualche giorno un dei ragazzi che fa parte del gruppo, che pero aveva voluto aggiungersi all’ultima tappa del primo gruppo, quella della costruzione di case a Cañete. Infine, ad attenderci tutti, già dalle 5 del mattino circa, un altro ragazzo che è arrivato direttamente dagli Stati Uniti dopo tre settimane di studio negli Stati Uniti. E insisto sul nome, sono gli Stati Uniti, non America, America è un continente!

Insomma, i ragazzi sono arrivati dopo più di 20 ore di viaggio, includendo i vari stop negli aeroporti di Madrid e Quito. Essendo atterrati verso le 8:50, e usciti verso le 10, siamo saliti in pullman e partiti verso le 10:30. Prima sosta è stata alle 12, nella località di Cascol, un posticino sperduto in questa sorta di foresta attaccata al mare che caratterizza la costa norte dell’Ecuador. Abbiamo mangiato quel che c’era, ovvero delle crocchette ripiene di pesce e delle empanadas ripiene o di carne o di pollo. La caratteristica però è che non sono fatte con la farina ne niente di simile, ma con la banana schiacciata e fritta. Non saprei dire se erano effettivamente buone quanto la proporzione in cui ce le siamo mangiate… forse era più la fame che altro! 

Non appena ci siamo fermati per mangiare il pullman che ci portava si è rotto. Quindi siamo stati fermi dalle 12 fino alle 15 finché è arrivato un altro pullman da Guayaquil. È stato un tempo impiegato per fare gruppo, conoscersi un po di più, cantare, giocare a carte, vedere la finale di Wimbledon e mangiare insieme. 

Verso le 15 è arrivato il nuovo pullman, l’abbiamo caricato con le valigie e siamo ripartiti verso il nostro destino finale, destino che abbiamo raggiunto poco dopo le 18. Abbiamo distribuito velocemente le stanze, sistemato piano piano le cose che c’erano da sistemare, e siamo partiti verso il paese, per partecipare della messa. La messa è stata celebrata da padre Gonzalo, che sta con noi da quando abbiamo iniziato il primo viaggio di missioni in Perù. 

La lettura del giorno è stata il passaggio del Buon Samaritano:

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai».

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese:

 «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

Impossibile non trovare collegamenti con quanto ci disponiamo a fare in questi poco più di 17 giorni di lavoro. Amare Dio sopra tutte le cose, e amare il prossimo come a sé stessi… Ma chi è il nostro prossimo… siamo noi a deciderlo? Sarebbe troppo comodo ridurre il prossimo a colui che uno si sceglie, troppo limitato e troppo da parte… il prossimo è invece ogni persona che la realtà ci presenta, direi che Dio ci presenta, ogni persona bisognosa di noi, e tenendo conto che di bisogni ce ne sono di tutti i tipi. Chiunque alla ricerca di ascolto, di consolazione, di attenzioni, di qualche parola di conforto o magari anche di un aiuto concreto o più pratico è un nostro prossimo. E il buon samaritano cosa fa… si lascia toccare, nel cuore, dalla realtà del bisognoso, si impietosisce… Prima di tutto deve accorgersene, avere occhi per guardare il prossimo nel suo bisogno per poi venirgli incontro. Senza questa attenzione verso la realtà, questo atteggiamento di sguardo attento verso chi di noi può avere bisogno di aiuto, non si può notare mai chi di noi è prossimo. E tante volte succede così perché viviamo guardandoci all’ombelico, concentrati e ripiegati su noi stessi, a leccarci le ferite o vittimizzarci… non che le nostre di sofferenze non siano importanti o non abbiano un suo luogo… ma che la strada di una vita piena, che è quella che risponde alla domanda sulla vita eterna, è quella che non si ripiega verso se stessi, e che nella cura degli altri trova non soltanto conforto, ma la medicina per la propria vita: vivere l’amore.

E quindi solo dopo che se ne accorge, e si lascia toccare il cuore, scende dal cavallo, si prende cura, fascia le ferite, prima ancora le pulisce, lo porta con sé, gli trova riparo, passa la notte con lui, e si organizza in modo che non gli manchi nulla il giorno dopo… non solo, si fa debitore per qualsiasi cosa che possa mancare e che non sia coperta da quanto ha lasciato… I giorni che ci aspettano, devono essere pieni di questo atteggiamento, di accorgercene cosa ma soprattutto chi abbiamo di fronte, e metterci all’ascolto, a disposizione, e darci da fare, mettendo in crisi persino i nostri propri piani o organizzazioni. Il buon samaritano infatti cancella ogni piano possibile, metti in pausa i propri programmi pur di portare a termine il compito di prendersi cura di quel qualcuno che ha accolto come il suo prossimo. Questi giorni che iniziano, devono avere al cuore dell’esperienza, la scelta personale di mettersi a disposizione, di vivere con apertura il sacrificio, di aver occhi e orecchi disposti a guardare e ascoltare, non soltanto gli altri come prossimi, ma anche ognuno di noi come il proprio prossimo… 

Tornati da messa abbiamo mangiato. Nell’albergo, che in questo momento ha una nuova gestione, si sono sforzati per cucinarci un piatto buonissimo tipico del posto, con il solo difetto di averlo fatto stile gourmet, cioè della serie che forse riusciva a saziare un pulcino. Ho informato subito l’amministrazione che da domani, che iniziamo a lavorare, serviranno razioni più consistenti, speriamo bene!

Finito di mangiare ci siamo riuniti brevemente per parlare un po del senso del viaggio e del programma del giorno dopo… abbiamo ritirato tutti i cellulari e spedito tutti a dormire… facendo un po di conti, i ragazzi sono in viaggio da più di 36 ore… 

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La sveglia doveva essere per tutti alle 7:30, frutto dell’insistenza dei ragazzi vista la stanchezza. L’accordo era però che alle 11:45 dovevano già stare a letto, e soprattutto non iniziare con gli scherzetti notturni. Purtroppo la gioia dell’ora in più di sonno è durata pochissimo, visto che qualche furbo, bulletto, ha messo del dentrificio dentro il sacco a pelo di un altro… quindi la sveglia è slittata di nuovo alle 6:30… preghiera del mattino e partenza alle 9. 

Dalle 10 alle 11 i ragazzi si divisi nelle solite squadre e hanno fatto un ultimo giro di controllo delle case, sistemando e concludendo quello che era rimasto incompiuto i giorno prima. Alle 11 ci siamo radunati nel campo da calcio insieme a tutte le famiglie. Abbiamo fatto una preghiera per iniziare la benedizione delle case e poi casa per casa, preghiera, parole della famiglia beneficiaria e benedizione con l’acqua benedetta. Abbiamo finito verso le 14:30. Ci siamo nuovamente riuniti nel campo da calcio per mangiare insieme quanto le famiglie avevano cucinato per noi. Un pollo al vino, fatto rigorosamente con acqua da bottiglia, del riso in bianco e delle patate cotte. In seguito mega torneo di calcio a 5 squadre, chi vinceva rimaneva in campo. Così la squadra dello staff è rimasta tutto il tempo in campo, vincendo tutte le partite e subendo zero gol! 

Siamo tornati verso le 18 e ci siamo riuniti nell’auditorio, per ascoltare la lettera finale del viaggio. Finita la lettura della lettera, ogni ragazzo ha ricevuto un foglio, una penna, e una busta. Si sono dispersi nei diversi spazi dell’albergo per scrivere la lettera a sé stessi. Alle 20:30 ci siamo rincontrati in auditorio, questa volta per celebrare la messa di fine missioni e avere 30’ di adorazione. Poi abbiamo mangiato, e i ragazzi piano piano hanno avuto nuovamente il loro cellulare. A mezzanotte festeggeremo Alessia, che compie 18 anni e probabilmente faremo “after” fino alle 4 che partiamo verso l’aeroporto. Le missioni si concludono così, e sinceramente ho scritto tanto in questi giorni che in questo preciso momento non saprei cosa altro scrivere. Qua sotto la lettera ai ragazzi, alcune cose fuori contesto magari non si capiscono… ma tutto sommato credo che i ragazzi hanno apprezzato e tanto…

Cosa ti porti nel cuore dopo quest’esperienza? Solo ciò che sei riuscito a custodire nel tuo cuore potrà dare frutto al ritorno alla tua vita dall’altra parte del mondo. Solo ciò a cui sei riuscito a dare un nome, nel bene o nel male, potrà essere una risorsa preziosa per crescere, per migliorarti, per dare sempre la parte più bella di te. Ogni granello di sabbia con il quale hai un po nascosto il tuo cuore, a volte forse anche seppellito totalmente, ha un nome. Ogni seme che hai voluto far crescere dentro al tuo cuore ha un nome. È importante saper dare un nome a ciò che viviamo dentro. Non basta dire “sto bene”, “sto sereno”, “son felice” o “mi sento in pace”, o tante belle e vere cose che vi ho sentito dire in questi 16 giorni passati insieme. Queste frasi rappresentano una realtà che stai vivendo, ma che sgorga dalla profondità del tuo cuore. Sono vissuti, esperienze, emozioni, che hanno dietro un motivo, una causa. E al motivo, o meglio ai motivi, è fondamentale dare un nome perché sarà su quello che potrai costruire d’ora in poi su una terra salda e fertile la persona che vuoi essere, che probabilmente hai sempre voluto essere e che solo timidamente e in determinate situazioni si manifestava, e che forse in questi giorni ha avuto la meglio su tutto ciò che di te non ti piace, che ti allontana dalla parte più bella di te e ti riduce alle tue ferite, paure, insicurezze o ansie, insomma a tutto ciò che in qualche modo ti fa sentire inadeguato, sbagliato, e in fondo ti fa anche percepire quella fame e sete di infinito, di una grandezza che non finisca mai, di un qualcosa in grado di dare senso alla tua vita, a tutta essa, non solo a tutto ciò di cui vai fiero, ma a tutto quanto, persino e forse soprattutto a tutto ciò che ti ha ferito e ti fa soffrire.


All’inizio del nostro viaggio, o meglio appena arrivati alla nostra prima destinazione, abbiamo partecipato insieme alla messa e il Vangelo era proprio adeguato a quanto stavamo iniziando a vivere. La pretesa di poter controllare tutto è un vizio della nostra società moderna. Ma non è vero che possiamo controllare tutto. Molte cose è vero che dipendono da noi, ma pur facendole al dettaglio ci sono tanti aspetti della realtà che scappano a ciò che noi possiamo o vogliamo fare. Da noi dipende solo quanto decidiamo di dare, e vi insisto, bisogna dare il massimo, sforzarsi al massimo a partire da chi tu sei, e dare non solo in senso materialistico, ma in un senso più ampio e profondo. Il Vangelo insomma ci parlava di una folla affamata, e probabilmente possiamo dedurre che era anche molto assetata. Agli apostoli viene chiesto di dare quei cinque pani e due pesci che avevano con sé. Solo dopo che li hanno messi a disposizione del maestro, di Gesù, Dio può operare il miracolo, e si dà da mangiare a una folla immensa partendo solo da quei pochi doni. Non sono un teologo, qualche corso l’ho fatto, ma quelli più basilari. E non è questo il momento per approfondire il miracolo in sé. Ciò che mi sembra più bello e adeguato per quanto abbiamo vissuto è come, per fare una cosa grande, ci può venir chiesto qualcosa di molto piccolo. Appunto come il seme che poi con pazienza, tempo e dedizione può dare luogo a un bosco intero. Non ci viene chiesto di sfamare la folla, ma di mettere a disposizione quei pochi pani e pesci nelle nostre mani. Senza quei pani e pesci niente sarebbe potuto accadere. In questo viaggio, come nella vita, vi è stato chiesto più volte di mettere a disposizione ciò che avete, o meglio ancora ciò che siete. E non importa che sia poco o molto, perfetto o imperfetto, l’unica condizione affinché tutto ciò dia un frutto grande, e parlo di una grandezza qualitativa non quantitativa, era metterci il cuore, mettere quel poco o molto che noi siamo.


Dio senza di te non ce la può fare. E so che questa affermazione può essere molto in contraddizione con tante idee che vi siete fatti su Dio. Dio davvero senza di te non ce la può fare. Sei importante perché sei unico, e come te non c’è stato, non c’è e non ci sarà mai nessuno. Il tuo modo di fare le cose è unico, non tanto a livello pratico, ma soprattutto con il cuore o l’anima che solo tu sei in grado di dare. Il tuo modo di amare è unico, i tuoi sentimenti e le tue emozioni sono uniche. Il modo in cui compi determinati gesti è unico. Come sono uniche tutte le persone a cui solo tuo puoi arrivare in un determinato modo. Sei davvero importante, non solo per Dio, ma per la creazione tutta. Quando parlavamo della profondità abbiamo letto il racconto della creazione contenuto nel libro della genesi. Uno dei più bei messaggi che esso poteva lasciare in voi è che voi, ognuno di voi, è al centro della creazione, siete, siamo, la creatura più importante, più bella, più grande tra tutte quelle uscite dalle mani di Dio. Ogni volta che rinunci a dare il meglio di te, che decidi di non essere la persona più bella che puoi e sei in grado di essere, si perde qualcosa. Perde qualcosa la creazione, perde qualcosa la società, perdono qualcosa quanti ti circondano, perdi qualcosa tu stesso. Niente di quanto abbiamo fatto, di quanto avete fatto, in questi giorni, sarebbe stato possibile senza i tuoi pani e pesci. E allo stesso tempo, niente di quanto avete fatto, sarebbe stato possibile senza la presenza di Dio in mezzo a noi, perché ricordiamolo: è Lui che moltiplica i nostri doni, è Lui l’acqua, la terra e la luce che servono al nostro seme per crescere e dare vita. 


Nella Messa di due giorni fa, il padre ci ha fatto notare qualcosa di molto bello e simbolico per noi a partire dall’esperienza delle famiglie per cui abbiamo costruito le case questa settimana. L’esperienza di dover tirare giù tutta la loro vecchia casa. Tirar giù qualcosa che hai costruito per anni, che è anche frutto di tanti sacrifici e sforzi, una tua sicurezza fino a quel momento indipendentemente da quanto sia bella. Tirare giù il luogo dove hai vissuto diversi momenti, sia di gioia che di sofferenza, ha qualcosa anche di molto duro, direi quasi traumatico, ragazzi. Non so quanto siate consapevoli di questo. Nonostante tutta l’insicurezza che questo può significare, loro lo fanno, ma perché lo fanno? Perché sanno, perché hanno visto, che c’è qualcosa di più bello e grande che li attende. Questa gente è in grado di fare questo sforzo perché sa che potrà avere una casetta più bella, più calda, da riempire nuovamente con nuovi vissuti e dove custodire nella memoria i vissuti passati. Anche a ognuno di voi viene chiesto questo in un certo senso. Si parla però della casa della vostra interiorità. In questi giorni trascorsi insieme avrete probabilmente conosciuto e visto aspetti di voi che o non conoscevate o a cui davate poca importanza. Avete anche visto aspetti di voi che vi sono di intralcio per essere felici, modi di pensare, di porvi, di fare determinate cose, lo sguardo che avete di voi stessi. Ci sarà bisogno, lo vedrete, non solo di dare un nome a tutto ciò, conoscendo voi stessi, ma anche di tirare giù qualcosa, cambiare tanti modi di pensare e di vedere la realtà e voi stessi. Questo è un lavoro che può essere difficile e anche doloroso. Può significare anche aprire vecchie ferite. Ma se volete mantenere ciò che avete vissuto qua, ciò che avete visto di voi stessi qua, vi toccherà farlo, vi toccherà demolire qualcosa per poter costruire e ricostruire con una forza più grande e più solida. 


Quando crediamo di essere già arrivati, che non c’è nulla in noi da cambiare, a volte persino dalla radice, è lì che smettiamo di crescere, è lì che smettiamo di fare affidamento. Quando uno viene qua, in uno di questi viaggi, uno parte con l’idea, almeno quasi tutti, di ciò che si viene a fare per le altre persone. Uno pensa alle persone bisognose che conoscerà e che in qualche modo aiuterà. Ed è vero, avete fatto tante cose belle. Forse la cosa più bella non sono però tutte le cose materiali, così necessarie per loro, ma sono i momenti vissuti con loro, con ogni persona che avete incontrato in questi giorni. Le parole scambiate, i gesti, gli abbracci, i sorrisi, un pensiero, il tempo passato insieme. Ed è il valore di tutto ciò quello che ci dovrebbe portare a chiederci, sinceramente: cosa mi manca di ciò che è essenziale nella vita? Cosa, di ciò che conta veramente, non è in mio possesso o non fa parte della mia quotidianità? A cominciare forse dalla gratitudine. Come tutti gli anni sono rimasto molto toccato dalle parole di ringraziamento che casa per casa, famiglia per famiglia, vi venivano rivolte. Cioè nel fondo lo sappiamo, in un senso non abbiamo fatto tutto questo cambiamento. Abbiamo donato loro qualcosa di bello, quasi giocando, dando il meglio di noi anche se a volte le forze mancavano. Ma loro continuano così, a vivere un po’ così, contando i soldi per poter mangiare, mendicando qualche vestito per proteggersi dal freddo e qualche paio di scarpe a noi avanzate per proteggere i loro piedi. E nonostante questo hanno una leggerezza, che non vuol dire sofferenza, ma purezza. Hanno qualcosa di puro negli occhi quando ti guardano, che potrebbe essere sì timidezza, ma penso sia soprattutto innocenza. Ci hanno ringraziato con il cuore in gola, alcune si sono commosse al punto di piangere, e probabilmente hanno fatto piangere anche noi. Qualcosa che a voi probabilmente è sembrato così piccolo e poco, soprattutto in confronto con tutte le cose belle che avete, per loro è tanto. Ma sapete che… anche se voi non aveste costruito niente per loro, e foste solo venuti per passare del tempo insieme, per giocare con i bambini, magari fare solo qualcosa di produttivo con i compiti, sareste stati accolti e ringraziati allo stesso modo. Esattamente come vi è successo la prima settimana nei pomeriggi ad Arequipa. Non siamo andati a dar loro niente di materiale, solo un po’ del nostro tempo, e guardate, e pensate ai rapporti che si sono stabiliti, all’intensità di essi. C’è qualcosa di molto umano e profondo che trascende ogni nostra differenza. Ammettiamolo, da tanti punti di vista siete diversissimi da loro. Ma c’è qualcosa di più grande che vi ha unito e che ha reso possibile scavalcare qualsiasi tipo di differenza, quel desiderio del fondo del cuore di amare ed essere amati, e aggiungerei anche di lasciarsi amare. 


A volte la prima difficoltà è quella di lasciarsi amare. Non sappiamo più come accogliere l’amore o ci riteniamo, nascostamente, indegni di ciò, come quando abbiamo paura di cercare qualcuno per confidarci perché ci sentiamo in colpa all’idea di essere un peso per l’altro. Abbiamo tutti il bisogno di sentirci amati, ma profondamente amati, come quando ti abbracciano forte e ti senti protetto, riscaldato, al sicuro. Perché l’amore vero fa proprio quello, ci dà sicurezza permettendoci di essere autentici. Non ci sono condizioni per l’amore vero, ti ama e basta, persino prescindendo dalla nostra risposta. Non esiste amore umano, non esiste amore su questa terra, che sia in grado di saziare la fame infinita di amore che abita nel cuore di ognuno di noi, non esiste. Ogni volta che lo cerchiamo in qualche altra persona, affidiamo ad essa un compito che non è in grado di compiere… e non perché questa o questo siano cattivi o non ci amino veramente, ma perché non esiste amore umano infinito, siamo finiti, limitati, non è una questione in termini di negativo o positivo, è un dato di fatto. Lo avrete sentito più di una volta, persino l’amore dei nostri genitori, che è di quanto più vicino all’infinito potrete trovare su questo mondo, è un amore finito, soggetto al limite, e insieme ad esso a tutte le difficoltà personali di qualsiasi persona: l’impazienza, i rancori, la stanchezza… E questo non vuol dire che i nostri genitori non vanno bene, vuol solo dire che ogni amore umano è insufficiente. Come ci spieghiamo cari ragazzi che persino chi ha tutto a casa, persino una famiglia fantastica, provi più o meno le stesse cose, magari con minore intensità, in termini di nostalgia di infinito? Come ci spieghiamo che nelle nostre culture, nel nostro occidente così benestante e con tante facilità e possibilità, ci siano tra i tassi più alti di suicidi tra i giovani o di uso di antidepressivi sin da molto giovani? Il cuore di ogni persona, della persona che tu sei, di quella che in questo momento ti sta accanto, di quelle che hai incontrato in questi giorni e di quanti incontrerai nel futuro ha bisogno di un amore che è molto più grande di qualsiasi amore che potrà mai trovare su questa terra, di una sicurezza che è assolutamente qualitativamente più forte di qualsiasi sicurezza che tu possa guadagnare con le cose materiali o i propri successi. Non è una lode all’essere povero né al non sforzarsi nella vita per raggiungere degli obbiettivi. È un invito a mettere le cose al posto loro, distinguendo che nella vita ci sono cose importanti e secondarie, e ci sono anche quelle essenziali che stanno al di sopra di tutte le altre. È essenziale che tu ti percepisca amato, non che tu prenda il massimo di voti a scuola, il che è importante, ma non essenziale. Puoi essere la persona più ricca al mondo, piena di capacità anche umane, o di successi, ma se non hai amore, se non ti scopri amato, non sei nulla, non hai nulla, davvero. Ma nessuno ti potrà mai amare se non mostri il tuo vero volto. L’amore suppone la verità, prima di tutto di te stesso. Se non sai chi sei e non ti mostri cosi come sei, darai agli altri la possibilità di amare qualcuno che non sei tu, o solo una parte di te, quella più facilmente di amare probabilmente, ma non sarà un amore completo. Perché tante volte ci consentiamo di far male ai nostri genitori in diversi modi? Perché in fondo sappiamo che loro non ci lasceranno mai, ma proprio mai, e un po’ ce ne approfittiamo… insisto, il tuo cuore ha bisogno di un amore che niente su questo mondo può darti. Non esiste persona, successo, materialità che possa colmare il tuo cuore. 


Sei nato per fare cose grandi, ma grandi non di quantità ma di qualità, cioè sei nato per fare cose belle? Quante cose belle hai fatto in queste settimane? E quante cose belle riesci a fare a casa? Cosa pensi che ha reso possibile che tu a fine giornata potessi arrivare a casa, metterti a letto, con il cuore pieno, sereno, persino con un sorriso? Quando ti mancava tutto ciò che ha a che fare con la comodità? Hai fatto cose belle, quelle che danno pace al cuore, quelle che ti permettono di andare a letto a fine giornata con un sorriso e con il cuore in pace! Devi trovare il modo di replicare tutto ciò a casa, perché tu sei chiamato a stare a casa tua, è lì a casa, dove ti ha voluto Dio, che devi seminare e dare frutto. Quali cose belle farai di ritorno a casa, quelle cose che parlano di ciò che sei? Sai che c’è, è normale che alla tua età uno forse abbia più dubbi che certezze. E in realtà non è così importante la quantità o proporzione tra dubbi e certezze. Ciò che è fondamentale, molto molto fondamentale, è che tu abbia la certezza che sei amato, che sei amata e che niente di ciò che hai fatto nel passato, o che hai subito nel passato, può cancellare ciò. In quanto amato sei stato scelto, scelto perché c’è qualcuno che ti conosce più di quanto tu stesso ti conosca e potrai mai farlo, e vede in te una realtà meravigliosa, un capolavoro. Vedendoti ti benedice, cioè dice il bene di te, ti ricorda che la tua vita è preziosa, ha un valore inestimabile, che vale la pena essere te, con tutto ciò che c’è di bello e con tutto ciò che c’è di male o di ferito. Perché appunto è un amore vero, autentico, incondizionato, a prescindere, non è frutto di un tuo merito, è frutto di un amore che sorpassa tutto. È un amore in grado di sanare tutte le tue ferite, è un amore in grado di farti perdonare tutto ciò che inquina il tuo cuore, che lo incatena, che non ti lascia essere libero di amare come vorresti. Ed è soprattutto un amore che nell’amarti, ti prepara per amare, non come vieni amato, perché quello è un opera divina, ma ti aiuta ad avvicinarti a vivere quell’amore infinito e incondizionato di cui ogni cuore umano ha bisogno. E sai che c’è, che quando fai esperienza di questo amore, allora la serenità entra nel tuo cuore, e ti fa star bene, ti fa stare in pace, perché sai che non importa che succeda, tu sei nelle mani di un Padre che ti ama e protegge sempre. Non è che poi non soffrirai, ma che ci potrà essere serenità in mezzo alla sofferenza, assurdo, no? Pace nella sofferenza. Tutto nella tua vita ti serve, assolutamente tutto, anche i momenti più scuri. Tutto questo è possibile perché a Dio niente è impossibile, davvero… 


Ma qual è il volto di questo Dio, è Gesù ragazzi. Quel Gesù che era presente in ogni adorazione che avete fatto. Quel Gesù che dà la vita per gli amici, che ha parole di vita eterna, ovvero di vita infinita, quella che ogni cuore desidera, quel Gesù che ci racconta di questo Padre che ama con un amore che sussiste a prescindere da tutto. Quel Gesù che guarda dentro al nostro cuore e ci ama per ciò che siamo, permettendoci di non dover nascondere nulla, come alla Maddalena e alla Samaritana di cui ci hanno parlato Ben e Juanfer. Ma noi possiamo solo indicarvi una strada, la strada che a noi, ad ognuno di noi consacrati, ha riempito la vita e il cuore. Una strada che non è stata libera di sofferenze, ma una strada di vita piena. Ma sta ad ognuno il percorrerla. E quella è una scelta personale… prova a dare a Dio un’opportunità, forse ti stupirà, ma dagliela davvero, non dargli le briciole del tuo tempo, sforzati davvero, al resto ci penserà Lui. 


Grazie di tutto ragazzi, siete stati, almeno fino al momento, un bellissimo gruppo. Sono stupito che non ci sia stato nessuno, al meno non in modo eclatante, che abbia cercato di risparmiarsi in ogni momento. Avete segnato i cuori di tante persone, e sono sicuro che anche loro hanno segnato i vostri. Grazie dai vostri sorrisi, dalla vostra fiducia, dalle vostre vite. Scusateci se in qualcosa non siamo stati all’altezza, o abbastanza disponibili, o se c’è qualcosa che venendo male vi ha portato malessere. 


Grazie a voi ragazzi dello staff, senza di voi questo viaggio non sarebbe stato ciò che è stato, so che suona un po scontata come frase, ma è vera, siete stati, quasi sempre, un grandissimo sollievo per me e per gli altri consacrati. E a voi toccherebbe dedicare un altra lettera, ma penso che questa vi possa comunque servire in qualche modo. Grazie di cuore a ognuno di voi. 


Grazie anche ai miei confratelli per la vostra testimonianza di fede e la vostra disponibilità per tutti questi ragazzi. Grazie speciali a padre Gonzalo, che bello poter contare su un sacerdote in una esperienza come questa. Che peccato che con il passo del tempo le persone facciano più difficoltà a percepire e risponder a una possibile chiamata al sacerdozio, forse non siamo abbastanza consapevoli di tutto ciò che perderemmo se loro non ci fossero. 


Grazie, anche se non sono qua presenti, alle persone che ci hanno dato l’opportunità di aiutarle. Credo che ognuno di noi è molto debitore di loro.


Infine, grazie Dio, che con quell’amore incondizionato ci ha nutrito lungo tutto questo viaggio. Se abbiamo potuto vivere tutto ciò che è stato questo viaggio, è prima di tutto opera Sua. 

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Ultima vera giornata di lavoro. Sveglia ormai abituale delle 06:30 seguita dalla preghiera del mattino e subito dopo l’ultima delle conferenze del viaggio, e questa volta è il turno di Juan Fernando. In un certo senso è la conferenza più scontata di tutte, non nei contenuti ma si nella tematica. Sin dal primo giorno, da quando i ragazzi hanno saputo che avevano a che fare con dei consacrati, che per carità dice tutto e niente in un certo senso e non è così semplice da spiegare. Infatti per molti a primo impatto noi consacrati siamo una sorta di preti mancati, qualcuno che è rimasto a metà tra i “privilegi” del sacerdote e i “piaceri” dello sposato. Ma non è questa la sede per dare una spiegazione. Da quando hanno visto poi che il numero di consacrati si sarebbe moltiplicato con il passare dei giorni, e che tra il gruppo, per la prima volta nella storia delle missioni ci sarebbe stato un sacerdote, un punto di provocazione continuo, sia da parte loro che nostra, è stato questo Dio del quale tanto si parla ma, come ho detto in un post precedente, del quale non soltanto si sa così poco ma si è fatta così poca esperienza. Questo diventava ancora più esplicito quando sia i consacrati che i ragazzi dello staff partecipavano ogni giorno della messa e dell’adorazione… e ancora di più quando con il passare dei giorni la partecipazione dei ragazzi “normali” a questi due eventi si moltiplicava. Insieme a questo molti poi sono anche passati dal sacramento della riconciliazione, cioè la confessione. Insomma la conferenza di Juan Fernando è stata su Dio, come Colui che è l’unico in grado di saziare la nostra sete di infinito, quella sete che non trova la pace finché non si sazia da un amore infinito e incondizionato. Riprendendo un po tutti gli elementi di queste due e passa settimane: l’acqua, la terra fertile, il seme, la luce, il deserto, la sabbia, Juan Fernando ha dato ai ragazzi uno sguardo diverso sul Dio di noi cristiani e insieme sulla sete profonda di ogni uomo e donna, che non può, perché niente di questo mondo è in grado di saziarla, trovare conforto con le “cose di questo mondo”. Un invito a coltivare, in ogni aspetto della nostra vita ciò che è essenziale, e soprattutto a che questo viaggio sia uno, il primo, dei tanti passi verso la conoscenza di questo Amore grande e puro che nel fondo del nostro cuore tutti noi vogliamo. 

Siamo partiti verso le 9, divisi in due gruppi. Due terzi dritti al campo di lavoro, un terzo dritto in supermercato per prendere un po di cose utili alle famiglie per le quali abbiamo costruito questa settimana. È stata proprio una bella sorpresa vedere che nell’arrivare alla baraccopoli, c’era un sole pazzesco, cioè pazzesco per la “media di quantità di sole” che uno riesce a intravedere da queste parti, un sole che già timidamente si era mostrato il pomeriggio prima di partire il giorno precedente. Poi è stato particolarmente bello perché Juan Fernando, tra gli esempi usati nella sua catechesi, c’era proprio quello di Dio come il sole che a volte si può nascondere, ma questo non vuol dire che non ci sia, o che non esista. Ci possono essere giornate pieni di nuvoli nella nostra vita, ma questo non mette in dubbio l’esistenza del sole. Lavorando qua a Cañete tutti questi giorni in cui non abbiamo, avevamo, mai visto il sole, non erano pochi i ragazzi che si avvicinavano a chiederci se qua proprio il sole non ci fosse… si può chiamare anche coincidenza, ma io ritengo una grazia che proprio il giorno in cui si fa accenno a questo esempio, del sole che sussiste nonostante le nuvole e come Dio sussiste nonostante le sofferenze e le difficoltà, che proprio oggi ci sia stata una giornata di sole e che non sia durata qualche poche ore ma sia durato tutta la giornata. 

I ragazzi hanno lavorato benissimo, non solo oggi ma tutti i giorni. E qualsiasi difficoltà a livello caratteriale è più che comprensibile se si tiene conto del gran numero di partecipanti e la stanchezza accumulata in tutti questi giorni. La presenza evidente del sole poi ha reso tutto più allegro. È vero che la fatica è più grande, ma bisogna dire che si lavora molto meglio con il sole che senza. Così i lavori sono andati avanti fino alle 18, quando il sole inizia a tramontare. Cioè in realtà la decisione sull’orario era per puntare a finire tutte le case e ciò vuol dire avvitare tutte le finestre e verniciare tutte le case. Alla fine ce l’abbiamo fatta, ce l’hanno fatta, e si è lasciato solo qualche piccolo ritocco per la giornata di domani. Arrivati a casa verso le 19 i ragazzi hanno potuto passare del tempo tra di loro mentre aspettavano per farsi la doccia. Alle 20:30 abbiamo mangiato, e infine, verso le 21:30 ci risiamo riuniti per l’ultimo briefing, comunicando gli orari della giornata successiva e il punto della situazione con ognuna delle case. Abbiamo divisi in gruppi i maschi e “spedito” le ragazze a fare l’ultima delle loro meditazioni. 

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Missioni 2019 Perù

Ormai la sveglia delle 6:30 è diventata un classico, bisogno approfittare bene la giornata senza sacrificare le attività serali… Poi una cosa sorprendente dei ragazzi è che pur sapendo che il giorno dopo si devono svegliare alle 6:30, e pur finendo le attività verso le 11 di sera, non è che vanno di corsa a dormire, stanno fino a mezzanotte in giro a chiacchierare… e a dire il vero potrebbero andare ben oltre se non fosse perché i ragazzi dello staff, arrivata la mezzanotte iniziano a spedirli nelle loro stanze. 

Preghiera del mattino e colazione alle 7, e partenza verso le 8. Verso le 9 siamo già nella baraccopoli che quest’anno ci accoglie. Pian piano che scendiamo dai pullman ci distribuiamo nei nostri gruppi e si va a lavorare. L’obbiettivo della giornata è completare una casa e arrivare al meno fino alla struttura del tetto della seconda casa per gruppo. Devo dire che praticamente tutti i gruppi ce l’hanno fatta. Come ho già accennato qualche giorno fa, sono i giorni più difficili, la stanchezza si sente molto di più, ma sono anche in un certo senso i giorni più felici. E in un altro senso sono i giorni che alcuni vivono con una certa preoccupazione. Da una parte la voglia di tornare a casa, dall’altra la paura di perdere un qualcosa che vivendolo qua, a molti di loro, ha dato una felicità diversa, un senso diverso, una serenità particolare quanto ambita. 

Si lavora quindi per 4/5 ore di fila, una breve pausa pranzo e poi si prosegue per altre 3 ore fino alle 17. Abbiamo deciso di fare la messa domenicale oggi, sabato, visto che domenica ci sono troppi impegni e si rischia di fare tutto all’ultimo. Alle 19:30 quindi ci incontriamo nel nostro auditorio/cappella o cappella/auditorio, allestito dal padre e dal team liturgico, cioè Dani e Juanfer. 

L’omelia di padre Gonzalo è arrivata dal cielo proprio. Cioè sicuramente per i ragazzi sono state delle parole importanti e belle. E per me fonte di ispirazione di questo post, dinanzi al quale, tra fatica e tante cose dette ogni giorno, non sapevo bene cosa dire, scrivere, fino al momento dell’omelia. Le case in questi giorni hanno preso forma, e alla fine della giornata di oggi i risultati erano molto evidenti. Ma dietro questo ce tutto uno sforzo, e non parlo dello sforzo dei ragazzi, ma di quello fisico e insieme interiore delle famiglie per cui viene costruita la casa. Poter avere la casa nuova, vuol dire tirare giù la casa vecchia. È una casa vecchia nella quale probabilmente la famiglia ha più di 3/4 anni. La casa vecchia, è brutta, è indegna sicuramente, e viene rimossa con un senso di speranza, ma è anche vero che è frutto di anni di lavoro, di sforzo, di impegno, di soldini risparmiati con pazienza, nell’attesa di trovare qualcosa di meglio, di costruirsi un riparo. Tirare giù tutto ciò, è veramente un’esperienza dura. È far venire a meno qualcosa che è frutto di sacrificio, è tirare giù qualcosa che ti è servito di riparo per anni, e che custodisce, nonostante tutte le possibili scomodità e sofferenze, anche tanti bei ricordi. È una cosa che è stata testimonio della vita di queste persone per anni. Bene, tirarla giù non è facile e potrebbe anche far paura. Ma ciò che ti porta a farlo, a rimuovere la casa vecchia, è la speranza, certezza, che ce qualcosa di più grande e bello in gioco, e così ogni sacrificio può valere la pena. Questo è un po l’invito rivolto a tutti noi da quest’esperienza. Anche noi abbiamo costruito una casa, con fatica, con cose belle, ma anche cose non così belle, frutto da tutte le esperienze raccolte lungo le nostre vite, lunghe o corte che siano fino a questo momento. La nostra casa interiore è un insieme di sicurezze e insicurezze, di sguardi su noi stessi che tante volte sono molto ingiusti con la realtà di ciò che siamo. E forse in questi giorni abbiamo visto che ce in noi anche la possibilità di costruire una casa nuova. E in alcuni casi tante cose dovranno essere rase al suolo, mentre in altri si potrà ripartire da ciò che già abbiamo. Ci sono quindi due esercizi da dare: un primo movimento che parte dalla conoscenza di noi stessi e che significa discernere per decidere cosa ce della nostra cosa interiore che va tolto, cosa demolito, e cosa fortificato. Ma questo non accadrà senza un altro esercizio, che è quello di conoscere la casa che voglio avere. Non rinuncerei mai alla persona che sono, alla mia casa interiore, se da una parte non provo l’esperienza dell’insoddisfazione dinanzi a questa casa, un’insoddisfazione che può avere tratti negativi ma può anche essere percepita come mancanza di qualcosa di più. E se dall’altra parte non intravedo, in qualche modo, la casa che potrei essere. Nessuno farebbe mai un lavoro di demolizione se non sa e ha una vera certezza sulla casa che sono effettivamente in grado di raggiungere, quindi non tanto una casa ideale ma una casa che parta dalla realtà che io sono autenticamente e non quella che tante volte mi racconto di essere. Se sono legno non potrò mai fare di me una casa di concreto, e qua non c’entra nessuna fastidiosa comparazione di quali materiali siano più forti o meno, o adeguati, semplicemente si tratta di essere fedeli a chi si è, perché solo a partire da quella fedeltà possiamo arrivare ad essere ciò che siamo chiamati ad essere e di conseguenza anche a fare.

Dopo mangiato ci siamo incontrati solo con i caposquadra delle case. Domani, domenica e speriamo anche ultimo giorno di lavoro, all’inizio della giornata ogni squadra destinerà due persone per fare la spesa per la famiglia, mentre gli altri membri della squadra si divideranno tra verniciare e finire il secondo tetto. Infine, mentre i ragazzi facevano la quarta meditazione, le ragazze sono state divise in 7 gruppi di riflessione. Verso le 11 e qualcosa avevamo finito con tutti i gruppi, e piano piano, con l’aiuto dello staff, i ragazzi andavano a letto…

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Missioni 2019 Perù

Decidiamo, cioè decido insieme allo staff, che la sveglia di oggi sia alle 6:30. Oggi è giornata di conferenza e preferiamo farla, come già da qualche giorno, la mattina presto, prima di andare a lavoro. Questa scelta si rivela vincente, soprattutto perché negli ultimi giorni i ragazzi sono particolarmente stanchi. Il lavoro fisico e continuo lungo la giornata, insieme all’accumulo della stanchezza di queste due settimane da queste parti, si fanno sentire. Tra le 7 e le 8 quindi ha luogo la preghiera del mattino e subito dopo ci incontriamo tutti in auditorio per ascoltare Giovanni che ci parlerà dell’amore. 

Si inizia con un accenno alla nostalgia di casa. In effetti, in questi ultimi giorni, con l’avvicinarsi della partenza, si vive un po una situazione ambigua. Da una parte si immaginano le prime cose che si faranno al rientro in Italia, dal cibo (che tanto manca) alle persone o posti che si visiteranno. Dall’altra parte, ce una parte nei ragazzi che vorrebbe rimanere qua, non tanto il luogo fisico, quanto il luogo interiore, nel cuore, che è sorto pian piano a partire dai vissuti di questi giorni. Non è quindi tanto il Perù di per sé, quanto l’esserci in missione, fare del bene ogni giorno, tra amici scoperti sotto un altro modo di guardarli, con giornate piene di senso, con la fatica che si trasforma in gioia, con un altro modo di guardare sé stessi. 

Per Giovanni, come per tutti noi che li accompagniamo, è chiaro che questa è un’esperienza d’amore. E che è quello stesso amore, sotto le sue diverse forme, la promessa di cui ogni cuore ha sete e fame, e quel gesto infinito capace di saziare la nostalgia di infinito che ogni cuore umano ha. Ma viviamo in un contesto dove l’amore è tante volte merce di scambio, siamo quasi allenati a viverlo così, a misurare ogni gesto nell’attesa di essere ricambiati… ma un amore così, a mio modo di vedere, non è un amore vero, è solo una caricatura di esso, perché l’amore vero deve essere per definizione gratuito. Giovanni elenca per i ragazzi tre, tra tante possibili, caratteristiche dell’amore. L’amore è così la possibilità di una promessa di un per sempre, è anche la verità su noi stessi, ed infine è un’esperienza di libertà. Si potrebbero scrivere paragrafi infiniti a partire da questi tre aspetti. Si potrebbero anche accendere dei dibattiti, perché a nessuno piace sentirsi dire cosa è l’amore, meno ancora in un contesto dove ormai cinicamente quasi ci si arrende dinanzi all’impossibilità di un amore che sia per sempre. Effettivamente è tosta, soprattutto quando dall’equazione dell’amore si toglie l’elemento sacrificio. Ma che sia tosta non toglie che sia, in fondo, ciò che ogni cuore desidera e ciò che a ogni persona farebbe tanto bene. La garanzia di un amore non solo gratuito, ma capace di pronunciare il per sempre.

Lasciamo il locale che ci accoglie verso le 9 e arriviamo alle 10 alla baraccopoli. Lì, dove ogni giorno iniziamo i nostri lavori, ci aspettano tre camion con il secondo gruppo di case, i materiali per le altre 14 case restanti. Lo scarico si realizza in tempi record. 50’ e via. Ma poi si passa alla parte più pesante, cioè trasportare tutti i pezzi di ogni casa nei propri terreni. I ragazzi hanno l’ordine di non continuare con i lavori nelle prime case finché tutti i materiali non siano nei loro rispettivi terreni. Ho anche disposto che finché questo non sia compiuto, nessuno potrà mangiare. Non per fare il cattivo di turno, ma perché la pausa pranzo significa una pausa significativa che raffredda tutto. Ho notato che oggi, purtroppo, i ragazzi, essendo più stanchi, sono più irascibili e meno tollerabili in generale tra di loro. Cosa che loro stessi riconoscono più tardi nel briefing. Abbondano le storie di quante, scusate la parola ma è quella usata da loro, “sgravate” ci sono state tra uno e l’altro. Riconoscono che la stanchezza, e a un certo punto anche la fame, hanno avuto degli effetti poco consoni con il viaggio. 

Si mangia finalmente verso le 14:15, 45’ più tardi del solito. Niente di terribile a dire il vero. Verso le 15 si ricomincia. L’obbiettivo è quello di finire almeno una delle due case e avviarsi con i primi passi delle seconde. Oggi siamo un po’ più lenti del solito, e come riflettevo ieri, tanti piccoli errori alla base della costruzione delle diverse case hanno significato un bel pasticcio, e in alcuni casi parecchio grande, quando siamo arrivati a dover costruire la struttura per il tetto. Personalmente ho dovuto smontare e rimontare due case. La scusa più frequente tra i ragazzi è: “Nando il legno non è buono”… peccato che da quando costruisco le case non mi è mai capitato un legno non buono, cioè per carità è ovvio che non sono perfetti, ma certe impossibilità di unione tra determinate mura non sono per il legno, ma per i famosi pavimenti livellati male! A peggiorare le cose è il fatto che i ragazzi pensano che per risolvere si deva usare la forza, ma così rovinano ulteriormente le mura. In realtà quello che ci vorrebbe è osservare attentamente a dove sta l’errore. A volte basta alzare di poco qualche pezzo e, magicamente, due muri diventano totalmente complementari. Lavoriamo fino alle 17, saliamo sui pullman e torniamo a casa. Messa alle 19 e adorazione dalle 19:30 alle 20:30, quando mangiamo. Usualmente in ogni adorazione ce Benji che canta, e così accompagna la nostra preghiera. Non ho capito bene ma oggi ha scioperato, e quindi niente canti per l’adorazione. Per noi più grandi non è un problema o difficoltà, essendo allenati al silenzio e allo stare con noi stessi in preghiera. Ma per i ragazzi, che danno i primi passi, e spero di cuore non gli ultimi, può essere pesante, tranne per qualche anima miracolata e toccata dallo Spirito ovviamente! Quindi noi consacrati rimasti, cioè in realtà un paio, prendiamo l’iniziativa di cantare. Il risultato non è il massimo, soprattutto se paragonato a Benji, però alla fine cantiamo tutti, ragazzi compressi, e si riesce a portare avanti un bel momento di preghiera. 

Dopo aver mangiato ci riuniamo più o meno in fretta in auditorio, oggi vorremmo fare presto per andare a letto quanto prima. Infatti io decido di non dirigere nessun gruppo, così mi porto avanti sia con questo diario, che con l’organizzazione del secondo gruppo di missioni, che parte tra una settimana esatta dall’Italia e ha come destino prima l’Ecuador e poi il Perù. Solito briefing sulla giornata di domani e qualche accenno a quanto ho visto stamattina. Il riassunto del mio messaggio è che non mi interessa se ricostruiamo tutte le baraccopoli circostanti se facendolo ci manchiamo di rispetto e di amore tra di noi, se siamo poco tollerabili, soprattutto con chi è più debole fisicamente e se invece di aiutarci tra di noi l’ambiente diventa una sorta di gara per vedere chi lancia la frecciatina più acida del momento. È vero che non si può generalizzare, ma come dicevo prima, gli stessi ragazzi hanno riconosciuto che tra una cosa e l’altra oggi era stata una giornata difficile, tosta, con tanto nervosismo e che qualcuno non ha potuto fare a meno di tirare fuori il peggio di sé. È esattamente quello che dicevo qualche giorno prima, desideriamo nel profondo fare cose belle, fare del bene, testimoniare la verità di noi stessi, ma non ci riusciamo… non da soli, non con le sole proprie forze. 

Comunico anche ai ragazzi che sabato la sveglia sarà alle 6:30, non siamo indietrissimo con il lavoro ma preferisco prevenire ora che poi fare tutto all’ultimo e in fretta. Le ragazze si disperdono nei diversi spazi dell’albergo per fare la quarta meditazione personale, mentre divido i ragazzi in 6 gruppi per il dialogo sulla conferenza di questa mattina. 

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