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Missioni 2019 Perù

La sveglia d’oggi si è spostata di 30’. Anziché le 6:30 per oggi la sveglia sarà quella solita, delle 7, e il programma della giornata abbastanza semplice: 7:30 preghiera e poi prima colazione, ci si prepara per il lavoro e si parte verso le 9:00. Arriviamo quindi al nostro destino verso le 9:40 e verso le 10, o poco prima, siamo già divisi nei vari gruppi, 14, e iniziamo a costruire le prime 14 case, una casa a gruppo. Prima però un breve controllo, visto che il giorno prima una ragazza è venuta disperata da me dicendomi che non trovava lo zaino, che lo aveva dimenticato nella baraccopoli, e che il guaio era che lì dentro c’era il suo passaporto. Io non ho idea sul perché una delle ragazze avrebbe la geniale idea di portarsi dietro il passaporto, in baraccopoli poi! Sorpresa la mia, che in realtà non dovrebbe sorprendermi più di tanto visto che con tutti questi anni di viaggi di volontariato dovrei già sapere perfettamente che la creatività dei ragazzi supera ogni limite e che la realtà sconfigge la fantasia praticamente sempre… Prima di andare a lavorare quindi lancio una domanda: Ragazzi, chi di voi si è portato dietro il passaporto? 11 manine si alzano, tra cui 6 tra i ragazzi che c’erano già con noi l’anno scorso… perché certo a uno verrebbe da pensare che se sei già venuto in questi viaggi prima, sai perfettamente che il documento di viaggio non te lo porti nella baraccopoli… invece no! Quindi niente, prendo uno a uno i passaporti e li metto al sicuro in macchina… 

La prima parte del lavoro è sempre la più complicata. Si tratta di livellare le base dei tre pavimenti che costituiscono una casa. Si sceglie il punto più basso del terreno, e si colloca, assicurandosi che le misure in torno bastino per far entrare la casa, il primo dei blocchi di cemento. Poi si gioca con i “metri”, ogni coppia di ragazzi prende in mano un metro e giocando con le dimensioni deve far coincidere in ogni angolo la propria misura in modo di creare un rettangolo il più perfetto possibile. Altrimenti i pavimenti non riusciranno a stare nel suo posto, ci sarà sempre, probabilmente, un angolo che rimarrà in aria. Diciamo che è un po complesso da spiegare, e l’unico modo, in realtà, è facendone esperienza. Una volta che si sa più o meno dove vanno collocati i blocchi di cemento, si procedere a livellarli, cioè devo stare alla stessa altezza in riferimento alla superficie. Per cui dipendendo dal terreno, ci saranno blocchi di cemento che andranno seppelliti poco, tanto o tantissimo… e in alcuni casi, il meno possibile, ci saranno anche dei blocchi da rialzare. Quando si è sicuri di avere almeno 4 blocchi nel suo posto e nella giusta altezza, si procede a piazzare il primo pavimento, e in seguito, con una livella (io preferisco quelle meccaniche diciamo, mentre molti dei ragazzi dello staff, avendo il cellulare, preferiscono le app!).

E si va avanti così fino a mettere il terzo pavimento. In realtà qua ci sono scuole di “pensiero”. Alcuni dei ragazzi più esperti preferiscono di mettere tutti e tre pavimenti prima di alzare le mura. Io sono dell’idea di iniziare ad alzare le mura appena si è piazzato il secondo pavimento. Poi io parlo di ragazzi più esperti… ma si dice così, un po’ a buffo. Qual è stata la mia sorpresa quando facendo un breve giro delle case dopo aver lasciato ben avviato il mio gruppo, mi ritrovo un membro antichissimo dello staff (6 anni di missioni di fila) che stava montando una casa praticamente al contrario… 

La giornata di lavoro va avanti fino alle 17 con una pausa per mangiare a metà giornata di circa un ora. C’è chi fa più difficoltà con le fondamenta dei pavimenti, il che è totalmente normale. Abbiamo insistito di lavorare in modo costante ma tranquillo, senza perdere inutilmente il tempo e allo stesso tempo senza privarsi del passare del tempo con le persone per cui lavoriamo. Serve molta consapevolezza che questa prima parte della costruzione è fondamentale, dei piccoli sbagli all’inizio, piccoli dislivelli, possono significare una grande difficoltà più avanti. È un po come la vita, come quanto abbiamo cercato di trasmettere ai ragazzi mentre eravamo ad Arequipa. Questi primi passi, più ripetitivi, più noiosi a volte, che hanno bisogno di più cura e decisione, a prima vista possono sembrare esagerati, ma in realtà sono il fondamento di tutto ciò che verrà dopo. Un piccolo errore all’inizio può significare un grosso “disastro” con il tempo. Infatti, lasciare un pavimento non livellato, o livellato mediocremente, significherà che le mura di quella casa non chiuderanno bene, e si dovrà risolvere o rifacendo tutto da capo, o forzando il legno, il che può significare rovinare le mura… e anche questo è un po come la vita… tutte le nostre ferite irrisolte, per quanto possano essere risolvibili, prima o poi tornano a chiederci il conto, e le conseguenze si vedono già dallo sguardo che abbiamo su noi stessi, e sui nostri rapporti personali, soprattutto con le persone a noi più care. Quando i ragazzi ci si avvicinano per chiederci consiglio su qualche realtà che a loro sta a cuore e che vivono con sofferenza, ce molto poco che possiamo fare a livello di soluzioni, non sta nelle nostre mani, e tante volte neanche nelle loro mani… ma mi piace consigliare come prima cosa: cerca di avere uno sguardo di amore verso te stesso, e solo dopo, con la forza di quello sguardo, potrai dare lo stesso trattamento a quanto ti circonda, avrai lo stesso sguardo non soltanto verso te stesso ma verso quanti fanno parte della tua vita. Credo che tutto il lavoro inizi da lì, prima ancora delle nostre relazioni o da cose da cambiare qua e là nella nostra vita pratica. Finché non abbiamo uno sguardo d’amore verso noi stessi non saremo veramente liberi di guardare il bello che ce in noi e apprezzarci per ciò che siamo autenticamente. 

Molte delle case sono a buon punto, alcune pochissime sono un po indietro, e un paio hanno già iniziato con il tetto. Verso le 18 siamo a casa e iniziano le gare per la doccia. Ce la messa alle 19 e poi l’adorazione, e ho chiesto di dare la precedenza della doccia a chi vuole partecipare della messa… quindi alcuni si giocano il “jolly” messa per usare il bagno per primi, e spero che siano stati poi gli stessi che sono venuti a messa. Alle 19 quindi inizia la messa, siamo una ventina, ed essa finisce verso le 19.30 che è quando iniziamo l’adorazione… e poi dal nulla (dico dal nulla perché la partecipazione a queste due attività quotidiane non è obbligatoria) entrano una trentina tra ragazzi e ragazze per fare questo momento di preghiera che va avanti fino alle 20.30. La preghiera viene accompagnata da dei canti, e dai testi spirituali per la riflessione, e non nascondo il mio stupore nel vedere tutti questi ragazzi che hanno “resistito” un ora di silenzio e meditazione. Credo siano dei tempi di qualità che tanto ci mancano quando siamo a casa, e quasi per assurdo sono dei momenti in cui, in un certo senso, ci sentiamo più a casa, più al sicuro, più con noi stessi nella libertà di essere chi siamo autenticamente. Molti, direi la stragrande maggioranza, non hanno mai partecipato prima ad un momento di adorazione (tranne i romani che vengono spesso da noi in comunità e i milanesi che conosciamo da più tempo), e pur non sapendo bene di cosa si tratta, l’esperienza comune per quasi tutti è la stessa: “quanto è bella l’adorazione!”.

Dopo mangiato ci ritroviamo in auditorio per l’ordine del giorno, i maschi restano lì per fare la terza meditazione scritta, mentre le ragazze vengono divise in gruppi per riflettere sulla conferenza del giorno precedente. I dialoghi vanno avanti fino alle 23:30, e verso mezzanotte e passa i ragazzi dello staff iniziano a spedire nelle stanze ai ragazzi ancora svegli.

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Missioni 2019 Perù

Prima giornata di lavoro pesante quella di mercoledì 3 luglio. Ma anche una giornata piena di eventi. Si riprendono le conferenze, i gruppi e meditazioni, riprendiamo anche con la messa e adorazione post lavoro, si festeggia il compleanno di Pietro, che di anni ne ha fatti 16, e si guarda, con un tifo quasi all’unisono blanquirojo, cioè peruviano, le semifinali di Copa America tra Perù e Cile. Quindi devo dire una giornata molto carica sia quantitativa che qualitativa. 

Decido quindi di iniziare la giornata più presto del solito, con la sveglia alle 6:30 sperando di essere pronti per la preghiera del mattino verso le 7… molti sono stanchi dai giorni di “riposo” tra Cusco e Machu Picchu… e l’altra “metà” del gruppo è troppo riposata come per andare a letto presto la notte prima. A questo si aggiunge il fatto che le stanze sono giganti: abbiamo 4 stanze da ragazzi da 12, 10, 12 e 14; e 4 da ragazze da 6, 7, riservate alle ragazze del secondo anno, e due da 14 riservate alle ragazze del primo anno. Nel caso dei ragazzi li ho mischiati tutti quanti. La preghiera non inizia prima delle 7:20, molti si sono riaddormentati dopo la delicata sveglia dei ragazzi dello staff, alcune ragazze ritardano (a causa del truccarsi dicono quelle arrivate per primo, e in fondo ai miei pensieri spero che non sia vero quanto hanno ascoltato i miei orecchi), altri semplicemente se la prendono comodamente. 

Finito di mangiare andiamo tutti quanti in auditorio, per la terza conferenza del viaggio. È da un po di anni, direi 3 o 4, che la terza conferenza tocca a me. Ho il vantaggio di avere un filo conduttore abbastanza chiaro da seguire, ritoccandolo ogni anno con esempi tratti dagli incontri fatti, libri letti, cose osservate, esperienze vissute, sia mie che nella pelle di altri, che hanno un po scandito tutto l’anno precedente. Ho lo svantaggio, almeno soggettivamente, di avere dentro tante cose da dire, di non saper darli un ordine e in fondo di non lasciare qualche inquietudine ai ragazzi per andare ancora più in profondità nei propri cuori, lì dove si gioca la nostra libertà, la nostra coscienza e dove Dio ci chiama e parla per nome. Mi tocca quindi parlare degli “idoli”, dei responsabili, insieme alla nostra libertà usata male, dell’esperienza di insoddisfazione, frustrazione, vuoto interiore, che tante volte portiamo un po tutti, e che non fa differenza di età o di sesso o di origine. Quando facciamo di qualcosa di superfluo il centro della nostra vita e delle nostre preoccupazioni, e superfluo non lo sono solo le cose materiali, ma anche atteggiamenti interiori, poca generosità, egoismo con il proprio tempo, lasciamo che il proprio cuore si chiuda, si indurisca, diventi anche cinico, e questo ci lascia frustrati. Ci lascia frustrati perché facciamo il contrario di ciò per cui esistiamo: amare, donare, ricercare il vero, il bello e il buono. A volte non siamo consapevoli di quanti idoli assecondiamo nella nostra vita, realtà a cui diamo un potere su di noi al punto di possederci, di controllarci, di gestirci. L’elenco potrebbe essere infinito, e nessuno di noi si salva… credo che la questione si inizia a risolvere con un autentico esame di coscienza, con un sincero andare in fondo alle cose e soprattutto al proprio cuore per chiederci, senza paura, cosa vuoi, cosa desideri, che ti sta a cuore, quali sono quei tesori che guidano la tua vita. Cerco di essere molto attento a non demonizzare, per non cadere in un moralismo, quei tipici idoli del mondo adolescenziale. Nel fondo la fregatura degli idoli è che possono essere realtà neutre, a volte anche necessarie per vivere, o possono iniziare come passioni che poi diventato vere e proprie gabbie. Se non sono in grado di aiutare i miei genitori perché penso di dover assolutamente uscire tutti i sabato o venerdì sera, non sarà che sto “idololizzando” questo mantra del uscire sempre e a prescindere di tutto? Quando qualcuno mi cerca perché ha bisogno di qualcuno che lo ascolti e per me è prioritario il tempo trascorso in palestra, non sarà che sto “idololizzando” quel culto del corpo e dell’immagine che è così forte dalle nostre parti? Ogni volta che il nostro cuore non sceglie ciò che è essenziale o peggio ancora che non sa più distinguere l’essenziale dall’accidentale, è un po, secondo me, perché abbiamo lasciato che il cuore sia abitato da questi idoli, idoli che sono tanti quante persone ne esistono. È un qualcosa del cuore, non si può giudicare semplicisticamente dall’esterno, è un qualcosa con cui ognuno di noi deve fare i conti, per ritrovare quella vera pace e serenità interiore che tutti noi cerchiamo. 

Riassumendo, la fregatura degli idoli è che costituiscono delle realtà a cui diamo il compito di potere colmare la fame di infinito che ogni cuore umano porta dentro. E nessun infinito può essere colmato con il finito… solo scegliendo il seme, qualcosa in grado di dare vita, possiamo colmarlo. Ma affinché il seme dia vita deve morire, e non si basta a sé stesso, ha bisogno d’acqua buona, di terra fertile, della luce del sole. Così l’invito ai ragazzi non è soltanto a buttar via dalla vita i granelli di sabbia che la riempiono, e non soltanto a scegliere il seme della vita, ma anche a chiedersi che aspetti della mia vita, di quanto mi circonda, anche delle persone che mi circondano, sono veramente acqua, terra e luce affinché il mio seme possa morire e possa poi dare frutto. Non li nascondo però, molto brevemente perché non è l’oggetto della mia conferenza, che nessuno può salvarsi da solo, nessuno può guarirsi da solo, nessuno può bastarsi da solo… e che la medicina più necessaria al nostro cuore, che è l’amore, non basta se è solo umana, perché prima o poi si rivela insufficiente, perché insufficienti siamo noi uomini. E questo non lo dico con un tono di sconfitta o di pessimismo, ma perché credo veramente, con un sano realismo, e ne faccio esperienza ogni giorno nella mia propria pelle, che posso avere i migliori propositi, posso avere un grande desiderio di amare ed essere amato, ma ce qualcosa in me che prima o poi non ci riesce, ce qualcosa in me che mi porta a riconoscere che a volte, chi più chi meno, non ce la faccio… quell’amore a prescindere, incondizionato ed infinito di cui abbiamo bisogno, anche se molto vicino all’amore dei nostri genitori, non esiste tra l’umanità non perché la nostra umanità sia “brutta” o da buttare, come a volte pensiamo, ma perché la nostra umanità da sola non ci arriva. Credo che i ragazzi hanno apprezzato molto la conferenza e credo che un po di cose le hanno capite… capire i tesori a cui è attaccato il nostro cuore, è fondamentale per capire da dove iniziare a riprendere in mano a propria vita…

Partiamo verso le 9:20 e già alle 10 siamo nel nostro posto di lavoro. Arrivano in pratica tre camion immensi, e questo facilita molto il lavoro. Gli anni scorsi avevamo solo un camion, e quindi lo scarico diventava lento, soprattutto quando hai più di 100 persone lavorando. Avere tre camion e quindi tre “sorgenti” di lavoro ci permette fare tutto con maggiore efficienza. Così verso le 11:45 abbiamo finito di scaricarli, una prima pausa di 15/20 minuti e gruppo per gruppo iniziamo a portare i materiali per le case in ogni terreno. Abbiamo una pausa per mangiare delle favolose lenticchie con riso tra le 13:30 e le 14:30, e riprendiamo i lavori, concludendoli verso le 16:15. I ragazzi hanno lavorato bene, molto bene, e si sono aiutati tutto il tempo. È stata proprio una bella giornata di lavoro. Le persone del posto poi, casa per casa, ci offrono acqua, frutta e biscotti. Avrebbero voluto anche cucinare per noi, ma sappiamo che è un rischio che non possiamo, non posso, prendere per i ragazzi. 

Alle 17 iniziamo a tornare, e verso le 17:40 iniziano ad arrivare i primi gruppi e insieme ad essi le prime gare per farsi la doccia per primo. 18:30 celebriamo la messa e poi l’adorazione. È stata forse l’adorazione più bella della mia vita, c’era qualcosa di particolare in mezzo a tutta la stanchezza della giornata di lavoro, l’esperienza di povertà vista durante la giornata, più il senso di gratitudine per quanto si ha ma soprattutto per quanto si è. Era un’atmosfera particolare, non so bene spiegare, so solo descrivervi che tra noi consacrati, e tra praticamente tutti i ragazzi dello staff, nessuno è riuscito a trattenere le lacrime… non so spiegare il perché, so solo che è andata così… cioè, so spiegare le mie lacrime, ma non quelli degli altri…

Ore 19:30 e i ragazzi hanno già occupato le prime file dinanzi alla tv. Con un po di sana e pedagogica prepotenza, i membri dello staff interessati alla partita invitiamo i ragazzi a cederci il posto. Inizia la partita il Perù la domina largamente… mi sono promesso di non dare il peggio di me, come succede ogni volta che gioca il Perù… 3-0 e pariamo pure un rigore all’ultimo… non vi dico quanto ho strillato… e sono anche stato vittima di un attacco acquatico, in pratica mi hanno svuotato le bottiglie di acqua in testa e sono andato in stanza con un sorriso da un orecchio all’altro ma totalmente fradicio… devo riconoscere che in altre circostanze le conseguenze dello scherzetto avrebbero potuto essere devastanti, ma visti i festeggiamenti ho lasciato fare. Poi ho saputo che uno dei primi artefici è stato proprio padre Gonzalo, e non vi nascondo che già sto pensando alla mia rivincita!

Finita la partita abbiamo festeggiato Pietro, che di anni ne ha fatti 16, 4 mega torte sono finite in questioni di minuti… Poi siamo andati in auditorio, diviso in gruppi i ragazzi (questa volta i gruppi sono 7, sei dei ragazzi più uno dello staff, visto che tra i consacrati e il padre ora siamo in 7). Verso le 23:30 abbiamo iniziato con il rituale di mandare tutti a letto… credo che per le 12.15 erano tutti dentro alle stanze…

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Missioni 2019 Perù

Trovare un titolo al post di oggi non è stato molto difficile, come invece lo è stato nella maggior parte dei post precedenti. Ci siamo divisi un due gruppi per le giornate di domenica 30 e lunedì 1 luglio. 

ll gruppo dei ragazzi che partecipavano per la seconda volta delle missioni hanno visitato le linee di Nazca il primo giorno, e il secondo giorno hanno fatto un giro nel deserto sulle dune, sandboard, visita ad un oasi con tanto di tufo e giochi vari in acqua. Nelle parole di tanti, una delle giornate più belle della loro vita. “Assurdo” pensare che un adolescente possa affermare tutto ciò da una giornata passata lontani da ogni tipo di moda, da ogni tipo di tecnologia, solo passando del tempo con dei coetanei, godendosi la natura e divertendosi come bambini. 

Il gruppo dei ragazzi che partecipava delle missioni per la prima volta, ha visitato Cusco il primo giorno, e Machu Picchu il secondo. Era la prima volta che affrontavano la visita turistica per eccellenza in Perù senza cellulare. I ragazzi sono stati sinceri, avrebbero voluto avere la musica, e farsi qualche foto (ho inviato un fotografo apposta così da immortalare, diciamo, questa visita). Ma la valutazione è stata lontano dall’essere negativa, erano felici di aversi potuto godere le visite per ciò che sono, senza il tramite del cellulare e la sua fotocamera che riduce di tanto la realtà, e confrontandosi tra di loro, condividendo più di quanto avrebbero fatto se muniti con le loro amate canzoni e i loro quasi irrinunciabili social. 

Poi storie da raccontare ce ne sono in entrambe gite, ma non ci basterebbe questo post. L’unica cosa che mi è sembrata illegale, è chi ha scelto di mangiarsi un hamburger vegano nel miglior ristoranti di hamburger del Perù e che si trova a Cusco! Incomprensibile veramente!

Mentre i ragazzi di Nazca riposavano fino a mattina inoltrata, i ragazzi di Cusco si svegliavano verso le 5 del mattino per prendere il volo che li avrebbe portato a Lima. Atterrati verso le 10, alle 14 erano a Cañete, riuniti nuovamente tutti quanti. Abbiamo avuto dei nuovi arrivati anche. Si sono aggiunti altri due consacrati e insieme a loro uno dei ragazzi che poi farà il viaggio in Ecuador. Siamo in tutto 80 ragazzi, 9 universitari dello staff, sei consacrati, un sacerdote e un matrimonio.

Abbiamo pranzato insieme e poi ci siamo radunati in auditorio. Ho fatto un brevissimo discorso ricordando il motivo per il quale siamo qua, un po di regole, e le rispettive conseguenze se qualcuno decidesse di ignorarle. Poi siamo passati ai caposquadra e i membri di ogni squadra. Tra i caposquadra ci sono ragazzi e ragazze sia del primo che del secondo anno. Una cosa molto bella è che ad ogni nome gli applausi di tutti gli altri ragazzi si facevano sentire, una sorta di dimostrazione non soltando dell’affetto nei loro confronti, ma della riconoscenza del ruolo che si sono guadagnati non soltanto con la loro testimonianza durante la prima settimana di lavoro, ma con il loro modo di porsi nei confronti di tutti e tutto, con positività e generosità. 

Verso le 15.30 siamo saliti sui pullman, tre in tutto, e due macchine. Dopo circa 40’ di strada siamo arrivati alla baraccopoli dove costruiremo 28 case. Abbiamo incontrato 24 delle 28 famiglie. 4 di loro erano ancora a lavoro e le conosceremo domani. Abbiamo diviso i ragazzi per squadre, e messi in un estremo del campo da calcio della zona. All’altro estremo le famiglie. Una ad una facevo l’appello, si avvicinava chi veniva nominato e sceglieva, tra una marea di strilli da parte dei ragazzi, una delle squadre. Una volta che tutte le famiglie avevano scelto il gruppo che avrebbe costruito per la loro futura casetta, sono andati insieme alle loro attuali case. L’idea era di conoscersi a vicenda, vedere come vivono attualmente queste famiglie. I ragazzi restano impressionati: il tempo è molto fastidioso, una piaggia sottile sottile fa di sfondo, un cielo grigio, un’umidità altissima, il terreno fangoso. Poi ci sono gli odori. Ci sono delle mucche, alcune delle famiglie allevano galline e porcellini d’india. Ce anche odore di spazzatura, spazzatura bruciata e anche di escremento. Le famiglie vivono tutte in condizioni poverissime, nessuna ha un pavimento, tutte a contatto con la terra. Le mura sono fatte di pezzi di paglia, e chi è riuscito a risparmiare un po più di soldi ha delle mura fatte di pezzi di legno sottilissimo, mure legate tra di loro con qualche corda. I tetti sono fatti da teli, teli di quelli che si usano per raccogliere le patate del campo. Non c’e acqua, ogni due o tre giorni passa un camion che riempie dei contenitori che ognuno ha dentro casa. Non c’è neanche elettricità, e chi ce l’ha è solo perché la prende illegalmente da qualche sorgente lì vicino. Ovviamente tutti i collegamenti sono “artigianali”, fatti un po a caso e molti di essi all’intemperie. Le condizioni delle cucine sono pietose, pieni di insetti e in tanti casi anche di spazzatura. Non hanno servizi igienici, neanche la fogna. Ogni casa ha un buco scavato in terra, di almeno due metri, dove fanno i loro bisogni. Alcune case hanno un ambiente unico che funge per tutto, altre hanno divisioni per stanze, che contengono un umile letto e un materasso di paglia, duro quasi dormire sul pavimento. 

Si torna a casa grati, ma sconvolti. Grati per il weekend passato insieme, scoprendo la natura, divertendosi, facendo un buon uso del proprio tempo, che è unico quanto è unica la propria vita. Si torna a casa sconvolti, per l’ingiustizia, la sproporzione, il senso di impotenza di quanto hanno visto, e sentito. Perché la “sofferenza” non si ferma a quanto visto con gli occhi, ma va oltre quando si sentono le storie. Si torna a casa grati di quanto la vita immeritatamente ci ha concesso, e spero anche con la volontà di fare di questi giorni che vengono qualcosa di speciale e utile, con senso che da senso alla propria vita, quel senso che solo la gioia di donare ce lo può far vivere. 

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Il nostro corpo di elite si sveglia alle 06:30, 7 colazione e partenza subito verso i cantieri per finire di lavorare con il cemento. Il resto del gruppo fa la sveglia normale e verso le 9 partiamo per fare le rifiniture del lavoro. Così si va avanti fino alle 11.30 quando arrivano i bambini della scuola e le loro famiglie. Hanno organizzato per noi una serie di presentazioni, dai più piccoli fino alle madri, con balli tipici, recitazioni, e una parte finale in cui le persone del posto ballano insieme ai ragazzi. È vero che ce qualcuno che non se la sente e fa fatica ad alzarsi per ballare, ma la stragrande maggioranza dei ragazzi esce ben volentieri sulla “pista” da ballo, una grande festa insomma. 

Finite le presentazioni si passa alla benedizione dei lavori. Prima di tutto però una delle mamme dei ragazzi che si beneficeranno della scuola dirige ai ragazzi delle sentite parole, assicurando loro una preghiera continua sia per ognuno di loro come di tutte le loro famiglie. In seguito il padre con in mano l’acqua benedetta, fa il giro dell’opera benedicendo i frutti del lavoro di questa settimana e benedicendo anche tutti noi, riservando ai bambini più piccoli una benedizione speciale, disegnando sulle loro fronti il segno della Croce.

In seguito pranziamo tutti insieme. Le famiglie si sono messe d’accordo per preparare ai ragazzi una pasta al forno strepitosa, cioè strepitosa dico io che pur vivendo da tanto in Italia non sono così esigente con il cibo, anche se la pasta come in Italia non esiste da nessuna parte. E oltre la pasta un ottimo pollo al forno e della verdura cotta. Finiamo il condividere con dei picarones, ormai famosi tra i ragazzi che sono venuti in Perù: una pastella fritta con del miele di canna bollito con diversi tipi di frutta. 


Salutiamo i nostri amici, gli operai, le mamme, qualche papa, e tutti i bambini, e ci avviamo verso casa. Ci dividiamo in due gruppi, uno molto numeroso che torna nella casa che ci accoglie, e uno fatto da 14 eroi, me compresso, che andiamo in una delle case della nostra comunità per vedere i quarti di finale della coppa America, Perù- Uruguay. Chi se ne intende di calcio sa che Uruguay era il chiaro favorito a vincere i quarti, ma si sa anche che nel calcio sudamericano tutto può accadere, e infatti il Perù ha vinto ai rigori… devo dire che sono stati i dieci minuti più angoscianti dei miei ultimi mesi di vita (ovviamente sto un po esagerando), e che ho strillato come non lo facevo da tanti anni (questo è vero invece)… poi, forse dovrei un po vergognarmi, la gioia che sia stato Suarez a sbagliare il rigore ha fatto tutto ancora più magico! Ricordo ancora il morso a Chiellini nella fase dei gironi del mondiale di Brasile 2014 nella partita Italia – Uruguay… infatti un po del mio cuore è ormai tricolore. Torniamo a casa, io gassattissimo, i ragazzi anche (ormai sono anche oro un po peruviani nel cuore), e ora ci tocca ritrovare la pace interiore, per disporci nel miglior modo possibile per la Santa Messa. 

Iniziamo verso le 17:15. Nella sua omelia il padre insiste sul fatto che Gesù, da quanto dice il Vangelo di Luca, prese la decisione, anzi la ferma decisione di mettersi in cammino. In questi giorni i ragazzi hanno avuto l’occasione di scoprire tante cose nuove su se stessi, o dare un valore diverso a qualcosa che sapevano già di avere, ma che magari non riuscivano a dare un vero valore dalle nostre parti. La sfida lanciata ad avere uno sguardo profondo sulla realtà e a farsi le domande importanti, essenziali, in qualche modo ha fatto effetto, non so se con tutti, ma con molti, e le domande esistenziali stanno all’ordine del giorno… i momenti di condivisioni sono tanti, nei gruppi si passa la maggior parte del tempo a rispondere a dubbi, domande, confrontare opinioni, arricchendoci mutuamente… ma è nei singoli momenti, un po presi al improvisto che escono i discorsi forse più belli, perché più personali. A volte basta condividere qualcosa di bello per far cambiare tutto. Come quel ragazzo che mentre mi accompagnava a lavare la macchina di mio padre (che mi aveva prestato per questa settimana), mi disse che il saluto con l’anziana che le era stato affidata era stato molto commuovente. Che lui si era fatto fotografare e stampare la foto con lui e lei e altri ragazzi, e che gliela aveva regalata. Che l’anziana, ormai abbandonata da anni, gli disse: “Nessuno mi aveva trattato con così tanto affetto in vita mia. Quando morirò, voglio essere seppellita con questa nostra foto insieme.” Credo che qualsiasi ulteriore commento a queste parole sia solo inutile o banale, posso solo dire che nell’ascoltare queste parole mi scese una lacrima e rimasi in silenzio mentre continuavo a guidare.

Tutti i ragazzi bramano per fare il bene, per scoprire il vero e per contemplare il bello, ma tutti fanno fatica tante volte a mettere in pratica i buoni propositi. Riprendendo le parole di Gesù ritroviamo un invito ad essere fermi nella decisione di andare avanti, che quanto scoperto in questi giorni può veramente essere un fondamento per costruire qualcosa di nuovo, a volte in continuazione con quanto abbiamo fatto finora con la nostra vita, e in altre occasioni come un cambiamento radicale. È un invito a prendere in mano la propria vita, a scegliere l’essenziale, senza trascurare le responsabilità di ogni momento di crescita nella propria società, ma senza mai perdere di vista che ciò che ci sfama veramente, e che ci consolida come persone, è la sincera volontà di amare sempre di più, nelle sue molteplici forme. Questo non vuol dire che non ci saranno cadute, o tanti momenti in cui ci tireremo indietro. Vuol solo dire che nonostante le avversità della vita, uno scelga sempre il Vero, il Buono, il Bello. 

Finita la messa abbiamo avuto una riunione di coordinazione, sia per chi farà i due giorni di “riposo” a Nazca e Paracas e sia per chi lo farà a Cusco e Machu Picchu. Il diario di viaggio si ferma quindi fino a martedì 2, quando ci rincontreremo tutti a Cañete!

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Da molti punti di vista il venerdì non è molto diverso dai giorni passati. La sveglia è stata però 15 prima del solito, per problemi logistici degli orari di altre attività qua dove dormiamo e mangiamo. Di conseguenza si inizia anche poco prima con il lavoro nel cantiere, i ragazzi vengono divisi in gruppi e si ricomincia con la missione. È il quinto giorno di lavoro pesante (tranne che per 10 ragazzi scelti tra i più grossi, ma anche “casinisti” che sabato dovranno partire un’ora prima degli altri per poter finire con i lavori in cemento) e sabato sarà una giornata dedicata alla sistemazione e pulizia del posto. La nostra troppa di elite è stata scelta dai ragazzi universitari dello staff, che hanno seguito i lavori durante tutta la settimana e sanno bene su chi contare. Saranno loro, con il mio “ok”, a scegliere i 14 futuri capo squadra per i giorni che trascorreremo a Cañete costruendo 28 case pre fabbricate. E in questa scelta, come l’anno scorso, non esistono preferenze tra chi viene per la seconda volta e chi viene per la prima, gli unici criteri di scelta sono l’atteggiamento durante questa prima settimana di costruzione insieme alle capacità di guidare una squadra. So già che la scelta sarà tosta, soprattutto in base al primo criterio, perché pur essendoci qualche ragazzo poco più vivace degli altri, devo dire che nel lavoro sono stati tutti molto generosi, entusiasti e allegri, creando tra di loro un ambiente di lavoro molto gradevole. 

Venerdì è anche stato l’ultimo giorno per visitare le diverse istituzioni in cui siamo stati divisi da lunedì, e quindi l’ultima volta, al meno quest’anno, in cui passeremo del tempo con quei bambini e anziane che hanno passato dei pomeriggi con noi, rubando in molti casi un pezzo di cuore dei ragazzi. In ogni posto visitato i ragazzi si sono organizzati per donare loro qualcosa di diverso di quanto fatto in questi ultimi giorni. Diciamo che con i bambini è abbastanza facile, i gruppi sono andati in giro a comprare un po di merendine e hanno organizzato una piccola festa, comprando anche per dei bambini qualche regalo e donando loro quanto portato dall’Italia. 

Nella casa delle anziane abbandonate invece ci vuole un po più di creatività, e attenzione, sono persone che dal punto di vista sono molto fragili, piccoline, e a volte neanche loro stesse sono consapevoli fino a dove possono o non possono arrivare. Alla fine in qualche modo ci si organizza per portarle in giro nel centro della città nelle loro sedie a rotelle. Erano felicissime, e i ragazzi si sono divertiti veramente tanto, a tratti simulando un vero e proprio gp per le strade, un po disastrate a causa dei lavori, del centro storico di Arequipa. 

Considerando che domenica saremo divisi in due gruppi, chi va a Cusco e chi va a Nazca, e non ci sarà con noi padre Gonzalo, e tenendo conto che le feste di precetto sono due, quella del 29 giugno di San Pietro e San Paolo e quella propria della domenica, decidiamo di fare le messe rispettivamente oggi e sabato. Nella messa di oggi, quindi celebrando Pietro e Paolo, quando è arrivato il momento delle intenzioni, il padre ha avuto la geniale idea, dopo aver chiesto di esprimere le nostre intenzioni senza paura a voce alta così che tutti possano pregare per esse, di chiedere uno ad uno il nome di una persona che li è rimasta nel cuore tra quelle che ha conosciuto in questi giorni. Così uno a uno, in quella piccola cappella riempita da un centinaio tra adolescenti e giovani, ha detto il nome di quel bambino o bambina o quella anziana con cui ha passato del tempo in questi giorni. Immaginerete che il giro è durato un po, e nel silenzio piano piano lo spazio si riempiva con tutti questi nomi… finalmente arrivano le parole del padre, che chiede Dio di prendersi cura di ognuna di quelle persone. È stato molto bello, ed è riuscito molto bene. 

Oggi il pensiero va a tutte queste persone che i ragazzi hanno incontrato in questi giorni, e alla lezione di vita che in qualche modo ci hanno dato. Non ce molto da dire, o meglio si potrebbero sicuramente dire tante cose, ma il messaggio, l’insegnamento è chiaro quanto coinciso. Non sono le nostre malattie o sofferenze in generale a farci morire lentamente in vita. Probabilmente l’esperienza di chi è stato rifiutato da chi più doveva garantirti l’amore nel caso degli orfani, o quella di chi è stato messo da parte in quanto ritenuto un intralcio a causa dell’età se vediamo le anziane abbandonate, sono qualcosa di molto difficile da accettare e integrare nella propria vita. “Perché a me?” sono le parole che ognuno di noi pronuncia nel proprio cuore quando passa per un momento difficile, e loro, i bambini e gli anziani, e anche i malati, non sono l’eccezione a questa domanda, domanda che forse non pronunciano solo nel proprio cuore ma che strillano ai quattro venti. Io stesso non saprei che sguardo avere su di me o sulla mia vita se fossi stato messo da parte così, tra l’altro nel momento di maggiore fragilità, quando ciò che è più importante da garantire a una chiunque persona è proprio l’esperienza dell’amore. Ebbene, nonostante un’esperienza dura come questa, ha la possibilità di salvezza quando arriva un qualcuno, uno sguardo, che ti ricorda che sei amato, che conti, che vai bene così, e che per questo qualcuno, anche se per pochi giorni, starai al centro delle sue attenzioni, non sarai più invisibile, ma diventerai in qualche modo quel invisible che è l’essenziale, quell’invisibile che nel rendersi visibile diventa possibilità di un amore concreto e disinteressato. È in fin dei conti, l’invisibilità, l’anonimato, a ucciderci in vita, quando siamo “oggetto” dell’indifferenza. 

La giornata conclude con un incontro in auditorio, dove leggiamo i nomi della squadra delle forze speciali che dovrà concludere il cemento. Leggo nel fogliettino che mi ha fatto arrivare uno dei ragazzi dello staff: Pietro (quello grosso), Perani, Pedersoli, Dino, Giacomo (Rondoni), Tommaso Enrico, Pietro d’Orazio, Lodo Sturani, Tommy Sassoli, Giacomo Roncoroni. In seguito i ragazzi restano in auditorio per fare la meditazione personale sul seme e la sabbia mentre le ragazze vengono divise in cinque gruppi per la riflessione di gruppo.

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Da giovedì abbiamo deciso di fare un piccolo ma sostanziale cambiamento dell’orario. Anche se va incontro a uno dei misteri più grandi delle missioni: come mai dopo ore di fatica fisica e ore passata a servire presso diverse istituzioni per persone bisognose da diversi punti di vista, alcuni dei ragazzi non arrivano stanchi morti la sera così da garantire che al primo minuto libero vadano subito a letto? E invece se per caso mettiamo uno dei momenti di riflessione un buon 20% del gruppo fa molta fatica a seguire a causa del sonno?

Vada come vada, o sia come sia, abbiamo deciso di spostare le meditazioni, quando ci sono, alla mattina, lasciando i gruppi per i post cena. La proposta è stata decisamente azzeccata, sia dal resto di membri dello staff che dai ragazzi. Perché non è che i ragazzi dormivano volentieri durante la conferenza. Direi che tutti ci tengono a seguire e ad ascoltare quanto abbiamo da dire, e ci tengono ancora di più a partecipare ai gruppi. Quindi il giovedì inizia con una conferenza post mangiato e questa volta è a carico di Ben, che decide di usare molte immagini per spiegare, raccontare, una tensione interiore che ce nell’uomo, quella dell’infinito e del limite, del seme e della sabbia.

Alla vista un granello di sabbia e un seme non sono molto diversi tra di loro, ovviamente dipendendo da quale seme, e sicuramente non sottoposti al microscopio. Pur simili in apparenza, un seme porta di sé la potenzialità della vita, ha qualcosa di infinito nel suo interno, può fiorire e dare luogo ad altri semi che a sua volta daranno luogo ad altri frutti o alberi, e così via. Da un piccolo seme, e se garantite determinate circostanze esterne, teoricamente possiamo avere la possibilità di ricrearne tantissima vita. Ma affinché esso succeda, il seme deve morire, o trasformarsi, ma deve continuare un processo di maturazione. La sabbia invece è morta, non porta con sé la vita, e uno può accumulare tonnellate di granelli di sabbia e questo non cambierà la condizione iniziale di essa, rimane una materia inerte incapace di dare/trasmettere vita, e già morta in partenza. 

Ora ogni essere umano porta in sé il marchio dell’infinito. Non so dare bene una spiegazione a questo, so solo che se uno sinceramente si mette la mano al cuore, potrà trovare che dentro di sé, in un modo o altro e sotto diverse manifestazioni, ce in noi una tendenza al “di più”, non ci accontentiamo facilmente, e se lo facciamo sappiamo di stare rinunciando a qualcosa di importante per noi. Di ciò che è bello, buono e vero, vorremo che ci siano tonnellate di tonnellate della nostra vita, e pur accumulando tutto ciò, ci percepiremo sempre e in qualche modo insoddisfatti. E questa storia dell’infinito è parecchio enigmatica devo dire, perché noi essere umani facciamo conoscenza della realtà, o delle realtà, o per esperienza o perche ci fidiamo di qualcuno che la racconta. Impariamo facendo prove, sbagliando, vivendo rapporti, o in ciò di cui non possiamo fare esperienza decidiamo di fidarci di qualcuno o che ne ha fatto esperienza diretta, o che a sua volta ha deciso di fidarsi da qualcun altro. Più o meno è con tutto così, dagli aspetti più scientifici o razionali, a quelli che fanno parte della sfera dell’emotività. Sappiamo dire cosa sono solo quando abbiamo accolto un’esperienza o quando abbiamo deciso di fare affidamento a qualcuno. La cosa strana con l’infinito è che di esso non possiamo fare esperienza, come non possiamo fare affidamento a nessuno visto che nessuno fa esperienza di ciò. E nonostante questa constatazione, è qualcosa che possiamo pensare, è qualcosa che possiamo anche a volte percepire sotto forma di ansia o nostalgia, è quella irrequietezza nascosta nel cuore di ogni persona che ci fa vivere. Non abbiamo mai fatto esperienza dell’infinito e nonostante ciò in qualche modo sappiamo di desiderarlo. 

Può un essere “finito”, come lo siamo noi essere umani, riempire l’infinito della propria anima? A quanto pare la risposta sarebbe un no secco, anche perché in questo mondo ci sono solo altre realtà finite incapaci di per sé di colmare un infinito. Ma se rimanessimo così saremo destinati alla frustrazione, o a nascere e rimanere infelici come mi diceva uno dei ragazzi durante i gruppi: “io vorrei più della perfezione, vorrei qualcosa di più grande, anche in amore, ma secondo me siamo nati infelici, quasi come se avessimo una colpa”. E al di là di come ha formulato la frase, il contenuto è sommamente importante, perché è un cuore che volendo sempre di più, riconosce che dentro di sé e da solo non ce la può fare. 

Credo che a questo punto la figura del seme e della sabbia può venirci incontro. Siamo essere finiti con un desiderio interiore di infinito che nulla in questo mondo può colmare, saziare. Questo fatto però non può portarci a non far nulla o ad arrenderci, ma a decidere se nella nostra vita sceglieremo seme o sabbia. Passiamo tante volte nella nostra vita accumulando sabbia, cose importanti, cose non così importanti, a volte realtà fondamentalmente materiali, accumulandole, senza trovare mai una vera e propria soddisfazione, come quando compriamo qualcosa di nuovo a cui ci teniamo e l’euforia iniziale dura poco, e piano piano diminuisce. Ma la sabbia non sono soltanto le realtà materiali ma possono anche essere determinate esperienze che invece di donarci vita ce la tolgono, come quando scegliamo di essere egoisti per paura della fatica, o di farci del male, o rimanere fregati. Invece possiamo scegliere il seme, cioè determinate realtà essenziali, che ognuno in cuor suo sa, che ci di ridonano la vita che abbiamo donato, come quello che i ragazzi fanno qua in Perù per esempio. È scegliere un seme che ha la possibilità di trasformare e dare vita al nostro interiore e trasformare con la sua forza, piccola o grande che sia non importante, ciò che ci circonda. Dare vita, quante volte nella giornata scegliamo di dare vita? La risposta, soprattutto per un adolescente, potrebbe essere drammaticamente negativa, e forse lo sarebbe anche per un adulto. 

Ho un amico che da qualche tempo passa per un momento di depressione molto forte. Oltre il percorso medico che uno deve fare per affrontare questo momento così duro, e che può durare anni, il mio amico, che ha una fede molto forte e grande, ha dovuto rinunciare a molte realtà nella sua vita, cioè in questi ultimi anni. Nonostante la sofferenza interiore, lui però ha scelto di essere seme, ovvero di scommettere sul dare vita. Pur trovandosi una situazione interiore difficili non ha mai smesso di essere disponibile all’ascolto da chiunque avessi bisogno di lui, e persino nei momenti di più difficoltà interiore e quasi disperazione, ha scelto di fare/sistemare un giardino, in senso letterario, perché si tratta di una realtà che gli permette di ricordare, e vivere, che la nostra vita ha solo senso quando siamo in grado di dare/trasmettere vita. Guardate il caso, la frase che compare nella foto e che si trova su uno dei muri della scuola recita: “Non lasciate che nessuno si allontani da te senza essersi sentito più felice”.

A volte passiamo la nostra esistenza accumulando sabbia, senza accorgercene che alla fine di tutto ci ritroveremo con un deserto, grande quanto sono state le nostre scelte egoistiche. Quando in realtà basterebbe scegliere un piccolo seme che può dare vita a realtà inaspettate. Senza però dimenticare che il seme per dare vita, deve morire…

Finita la conferenza di Ben, siamo partiti al nostro cantiere. La parola d’ordine allo staff è stata: massacrateli di lavoro che ieri sera alcuni dei ragazzi avevano ancora energie la sera e non andavano a dormire. Avevo detto qualche giorno fa che le prime notti sono fantastiche, i ragazzi sono stanchi tra lavoro e fuso orario e quindi possiamo tutti dormire il giusto, ma già da mercoledì sembrava che le riserve inesauribili di energia di alcuni dei ragazzi cominciavano ad accendersi. Il fatto sta che i ragazzi più vivaci sono stati scelti per fare e trasportare il cemento! Mentre il resto della truppa ha continuato con le infinite catene di secchi per trasportare terra da un luogo ad altro. La sera dopo mangiato, breve festeggiamento dei 17 anni di due dei ragazzi che stanno qua con noi, mega pezzi di torta per ognuno, e poi gruppi maschili e meditazione personale per le ragazze. Finito tutto, alcune delle ragazze hanno selezionato e classificato i diversi vestitini portati dall’Italia da regalare, mentre altri tra ragazzi e ragazze hanno partecipato ad accessi tornei di scopone!

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La giornata di mercoledì non è particolarmente diversa da quella di lunedì e martedì. E in pratica, se la paragoniamo al martedì, l’unica cosa che cambia è che la sera dopo mangiato è il turno della riflessione in gruppi delle ragazze, mentre i ragazzi sono convocati in auditorio per scrivere la loro prima meditazione personale. 

Siccome mi sono autoimposto il dovere di scrivere qualcosa ogni giorno, cercando anche di non essere scontato o banale, diciamo che durante la giornata devo fare particolare attenzione a cogliere qualcosa che nella sua novità valga la pena di essere raccontato. E quando nulla accade, o meglio ancora quando non riesco a cogliere nulla, diciamo che un po di sana “preoccupazione” si comincia a manifestare, soprattutto pian piano che passano le ore e non ho idea di cosa parlerò. Certo il vantaggio è che verso la fine della giornata capitano sempre due venti fondamentali che hanno diverse ricchezze e devo dire che fino a certo punto ce l’imbarazzo della scelta (e mentre scrivo l’ennesimo “ce” mi chiedo se sia scritto proprio così o deva scrivere “c’è”… e un po’ mi vergono visto che sono 16 anni in Italia, mi posso consentire di sbagliare le doppie, ma il ce o c’è no dai!). 

Comunque tornando ai discorsi che contano, la giornata di mercoledì mi ha presentato due eventi con del contenuto da raccontare. Il primo la messa. Trovo che le letture, il Vangelo di ogni giorno, ha sempre qualcosa da dirci, persino o meglio direi soprattutto nel contesto nel quale ci troviamo. Poi devo dire, che l’idea di fare la messa quotidiana per noi consacrati e lo staff dei ragazzi universitari, e dare la possibilità ai ragazzi più piccoli di partecipare se vogliono, è stata azzecca. Non vi nascondo il mio stupore nel vedere la piccola chiesetta che pian piano si riempie dai ragazzi, non tutti ovviamente, ma si e no una ventina di loro viene ogni giorno. A loro si aggiungono quelli che, vista la disponibilità del sacerdote, decidono di confessarsi.

L’altro momento privilegiato è stata la riflessione nei gruppi. Un vero privilegio perché hai a che fare con le storie dei ragazzi, e questo oltre un privilegio è anche qualcosa di molto delicato. Ci vuole prudenza, un po di “saggezza” anche per capire, discernere, cosa dire, come dirlo e quando dirlo (questo credo si deva applicare sempre nelle nostre vite), cioè il sapere una cosa non vuol dire che la deva automaticamente dire così com è, o come la vedo io, senza filtri. Nell’incontro con altri, con altre anime, cuori, persone, ci vuole una certa sensibilità per capire i modi e i contenuti migliori, senza rinunciare alla verità e soprattutto a che ciò che deve muovermi è fare del bene all’altro, cercare del proprio bene. E su questo piano ho visto che i ragazzi hanno bisogno, in realtà tutti, di amici veri, cioè non amicizie che ti acconsentono tutto, ma quelle che fanno lo sforzo di amarti correggendoti, perche ti vogliono bene e vogliono il tuo bene. A volte questo può passare per un momento doloroso, che ti dicano determinate cose può far male, ma l’esito della correzione passerà non soltanto dai modi di chi te lo dice, ma dal fatto che tu stesso sia in grado di metterti in dubbio, di non vittimizzarsi, e di riuscire a vedere in quel atto, un atto autentico di amore.  

Questo presupposto è stato importante per la dinamica del gruppo: perché ci sono situazioni in cui mi atteggio così superficialmente? perché se so distinguere il bene dal male, perché se so capire e esperimentare ciò che è essenziale, scelgo non poche volte con l’egoismo e la leggerezza di chi non se ne frega niente? E le risposte a queste domande sono probabilmente infinite quanto infinite sono le persone, ma ce una prima riflessione, o tassello da mettere per poter costruire, o ricostruire, secondo me. I ragazzi non sono scemi, sanno benissimo distinguere quando e come nel fare del male, si fanno del male, rimangono insoddisfatti. Questo è causa di molte sofferenze, a volte anche sensi di colpa, o di frustrazione. E forse la prima cosa, tassello, su cui vanno rassicurati è che va bene sbagliare, non è che dentro di te qualcosa che non va, cioè in un certo senso si ma non è una colpa. Noi persone, siamo così, un po “guaste”, come recita il libro che sto leggendo nei momenti liberi. Non una visione negativa di sé occhio, ma neanche una visione dove ci si illude che dobbiamo eccellere sempre e riuscire in tutto e che se non è così non saremo mai adeguati. Neanche si tratta di un invito all’accontentarsi o al non darsi da fare. È solo un invito a guardarci per ciò che siamo: esseri che hanno un cuore che brama per l’infinito, che veramente vorrebbe fare del bene, vorrebbe donarsi in cose belle, ma che tante volte non ci riesce. E dico che è fondamentale perché quando capisci che se non ci riesci non è perche sei un disgraziato o non sei apposto o sei da buttare, ma che semplicemente siamo limitati da tantissimi punti di vista. Solo quando capisci, o inizi a capire questo, una certa pace può innondare il cuore, e le ansie, persino attacchi di panico, e tutti i sensi di colpa, quelli nocivi, danno passo a una serenità che non porta all’accontentarsi ma addirittura dona uno strumento per affrontare meglio le sfide di ogni giorno, senza il peso, che uccide, di pensare che i nostri risultati ci definiscano, e che se non li raggiungiamo non saremo degni di amore…

E il titolo? Il titolo è una quasi scontatissima frase presente nel Vangelo di mercoledì. Gesù in questo brano devo dire è parecchio duro. Afferma con risolutezza che se l’albero da frutti cattivi deve semplicemente essere tagliato e gettato nel fuoco. Uno potrebbe pensare che affinché un albero dia frutti buoni, frutti belli, basterebbe che ci siano le cure esterne accurate, necessarie, magari anche eccedendo in qualche cosa. Un ambiente adeguato, amore, spazi dove si riconoscano i valori di questo “albero”. Ma la realtà è di solito parecchio più complessa… in tutti questi anni ho potuto conoscere famiglie fantastiche che hanno fatto di tutto per curare con amore i propri “alberi”, ma che i frutti sono stati disastrosi, e di conseguenza fonte di infinite sofferenze per i genitori. Ma conosco anche genitori, senza entrare in giudizi personali visto che ognuno di noi ha una storia alle spalle e bisogna prima di tutto essere comprensivi e saper ascoltare per capire fino in fondo qualcuno, che per tanti versi sono stati disastrosi e i cui figli sono cresciuti in modo fantastico. E l’esperienza qua è a tratti un po così. Perché non basta un ambiente che ti invita costantemente alla profondità, al sacrificio, al donarti, all’uscire di te, per fare di te un albero buono che da frutti buoni. Rientra di nuovo in gioco quel che dicevo prima sull’essere nati un po guasti. Ovviamente poi, almeno dal mio punto di vista, non esistono alberi totalmente buoni o totalmente cattivi i cui frutti sono allo stesso tempo riflesso di ciò. Credo che l’invito di Gesù sia quello di ricordarci che siamo fatti, che il nostro cuore è fatto, per fare cose belle, cose grandi, che sono quelli i frutti buoni ai quali siamo chiamati. E quindi tocca lavorare non soltanto negli aspetti esterni dell’albero della nostra vita, del tipo di aria in cui si trova, della terra in cui affonda le radici, della luce del sole dal quale si lascia “nutrire”, ma anche di un costante lavoro interiore per conoscersi, accettarsi e amarsi… solo così, credo io, potremo dare frutti buoni, che sono in ogni caso e per ogni persona, anche essi unici.

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Missioni 2019 Perù

Seconda giornata di lavoro. In tanto pensavamo di aver avuto “solo”, fino a lunedì sera, una ferita… invece ci siamo svegliati con 4 dei ragazzi con la famosa febbre del viaggiatore. I sintomi sono vari, e pur essendo qualcosa di fastidioso e doloroso per chi ni viene colpito, è un ciclo che dura un giorno, il corpo espelle tutto ciò che ce da espellere, poi si passa all’idratazione e al riposo, e in 12 ore o poche di più i ragazzi sono già in piedi. Infatti la sera i nostri primi colpiti si erano già riuniti al gruppo. Ma torniamo alla giornata di martedì.

Sull’orario ce poco da dire o raccontare, visto che è quasi esattamente come quello di lunedì. Lo staff inizia con la preghiera in cappella e verso le 7:30 iniziano ad arrivare i ragazzi per la preghiera del mattino. Subito dopo si mangia, e dopo qualche minuto per prepararsi, partiamo nei sei pullman che ci portano, dopo poco più del solito visto el traffico di questa città, nel nostro cantiere di lavoro. E come al primo giorno, l’entusiasmo e la gioia non manca. I ragazzi non si risparmiano, si divertono nel lavoro, e piano piano portano avanti il compito a loro assegnato. Hanno fatto una lunghissima catena, dove sono coinvolti praticamente tutti. Da chi deve spallare e riempire dei secchi con terra, a chi porta la terra da un estremo della scuola ad un altro situato in alto. Da chi svuota i secchi a chi li riporta giù per essere nuovamente riempiti. Così per un ora intera sotto il sole, poi 15’ di pausa, e ancora un altra ora di lavoro fino alle 12:30 che ci fermiamo per mangiare. Dopo mangiato un’altra ora di lavoro e verso le 14:30 iniziamo a partire, ogni gruppo in un suo pullman, verso le istituzioni che ci accolgono durante il pomeriggio. 

Siamo tornati a casa tra le 17 e le 18, a seconda da dove lavora il proprio gruppo. È così che iniziano le gare per l’acqua calda, un bene preziosissimo quanto raro in questi giorni. Alle 18:30 ce il momento di preghiera per lo staff, al quale partecipano alcuni ragazzi; e alle 19:00 la messa, alla quale partecipano tantissimi ragazzi, per mia sorpresa, piacevole sorpresa. Alle 19:30 ci attende una cena, e i ragazzi sono oggi particolarmente affamati. Lo si capisce perché chi è un intenditore, sa che se vuole mangiare deve sedersi nei tavoli delle ragazze, che tendenzialmente mangiano meno cercando di stare attente a ciò che mangiano… beh, qua questa teoria non resiste, e la sorta di nuggets che hanno preparato a casa sono spariti in questioni di minuti in ogni tavolo. Nonostante la delusione di alcuni dei maschi, quelli più grossi che a quanto pare hanno bisogno di più cibo, per me è un sollievo che tutte le ragazze stiano mangiando liberamente e senza pensieri… a volte ci è toccato stare molto attenti, la fatica durante la giornata è tanta e hanno tutti bisogno di energie… non possono e non devono saltare i pasti. 

Il programma serale è diverso, e oggi abbiamo la prima delle cinque conferenze che seguiremo durante ciò che chiamiamo la missione interna. Per approfondire e invitare i ragazzi ad avere uno sguardo profondo sulla realtà, non scontato e che va oltre tutte le apparenze che ci circondano, Dani, uno dei consacrati che mi accompagnano e che viene dal Cile e abita a Roma dal 2011, sceglie il tema della sapienza, così come essa va affrontata nella bibbia. Senza entrare in troppi dettagli, questo primo incontro con i ragazzi è sia un invito che una provocazione, per aprirsi mentalmente e di cuore, a nuove realtà che non necessariamente conoscono o conoscono nel modo giusto, a lasciarsi interpellare da uno sguardo diverso, rispettoso della propria libertà e percorso interiore, ma che può mettere in crisi ma soprattutto, può dare un sollievo e la serenità che ognuno di noi cerca. Forse l’esempio che più ha colpito o interrogato i ragazzi è quello riferito al tramonto. Non mi è capitato mai di trovare una persona che dinanzi a un tramonto rimanga indifferente. E di solito piace a tutti, e ad alcuni addirittura può commuovere. Uno potrebbe ricorrere ai libri di scienza per capire cos’è questo tramonto, cosa ha, di cosa è fatto, perché quei colori, e infatti potrebbe trovare risposte interessantissime. Ma rimarrebbero insufficienti se la persona che si domanda, vuole andare oltre, non vuole soltanto rimanere nei “come” del tramonto, ma vuole “capire” il perché questo evento mi commuove, mi tocca, mi stupisce, o qualsiasi altra emozione uno possa provare dinanzi. E forse un primo spunto viene dal fatto che le scienze ci daranno risposte generali e anche concrete, all’evento in questione, ma non ci sapranno dire perche determinato evento provoca in determinata persona questo o quest’altro sentimento o emozione, ce un livello del tutto personale a cui tutte le scienze del mondo non possono e non potranno mai rispondere… e lo stesso vale per l’amore. Magari un bravissimo psicologo o sociologo ci potrà fornire delle motivazioni per cui le persone amiamo, o vogliamo amare ed essere amate. Ci potranno dire anche dei biologi cosa accade nel corpo e nel cervello di una persona quando vede l’amato… ma nessuna di esse potra dire a te, con nome e cognome, perché ami quella determinata persona… Insomma, la sapienza e profondità della quale parliamo va oltre le scienze, le evidenze materiali diciamo. E questo non vuol dire cancellarle, servono, arricchiscono, danno un peso diverso… ma non lasceranno un cuore in pace con le sue risposte, perche ogni cuore è diverso, ogni cuore ama in un modo tutto unico, ogni cuore si lascia interpellare dalla realtà e dalle persone in modo unico. 

Dopo aver finito la conferenza, i ragazzi vengono separati in 5 gruppi, e ogni gruppo affidato a un consacrato con dei ragazzi dello staff. Nel gruppo si approfondisce, ci si confronta e si chiacchiera per un’ora o poco di più. Le ragazze invece restano nell’auditorio, e hanno un momento di riflessione personale a partire da un testo proposto e dalle domande da rispondere in privato e per scritto, sempre su un libretto personale. Il testo proposto è una parte della genesi, e nel testo di approfondimento si legge:

“In questo senso, il libro della Genesi ci aiuta ad andare in profondità per cogliere gli aspetti essenziali del senso della vita, così come si fa quando ci cerca di cogliere l’essenziale della musica o della letteratura, quando si cerca quel quid che fa che qualcosa sia unico, bello, irrepetibile, e degno di amore. La bellezza del senso (così come il senso della bellezza) infatti richiede una radicale percezione soggettiva che non è riducibile ad una pura analisi scientifica. Perché la scienza può spiegare solo il “come” dell’universo, cioè, come stanno le cose, come funzionano, e al massimo perché funzionano così (anche se tante volte sono ipotesi avvolte di mistero); mentre il compito delle filosofie e della teologia, è invece quello di cogliere il “perché” profondo delle cose, cioè vogliono rispondere alla domanda “perché le cose stanno come stanno”?, qual è li loro senso ultimo? O in altre parole: cercano di cogliere lo spirito dietro l’ordine razionale riconosciuto dalla scienza. 

Non dobbiamo mai abituarci al fatto che l’essere umano è l’unica creatura terrestre capace di porsi domande sul senso della vita: Chi sono? Dove vado? Cosa facciamo in questo mondo? Sono le domande cruciali da cui dipende la nostra felicità più autentica, e su questo non si scherza, ne tanto meno si ha una scelta, perché persino rinunciare a cercare il senso della vita è già una presa di posizione. O in altre parole rifiutare questo senso sarebbe come affermare: “il senso che do alla mia vita è che essa non abbia un senso”. Ci troviamo sempre immersi in queste contraddizioni, in questo “divenire” che è lo scorrere della vita, e tuttavia in fondo aneliamo un senso forte, una risposta illuminante. Con un’acuta osservazione, il grande matematico, nonché pensatore, francese Blaise Pascal affermava: “Per noi nulla si ferma. Questa è la nostra naturale condizione, che tuttavia è la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si levi fino all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s’apre in abissi”.”

Dimenticavo… perché il titolo e perché dio con minuscolo… Più passano gli anni, più conosco ragazzi e nuove generazioni e più per me è chiaro che i ragazzi non conoscono il Dio dei cristiani, quel Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo; quel Dio che è amore incondizionato ed infinito; quel Dio che non esige meriti da parte nostra per amarci, ma che ci ama così come siamo. Tanti dei ragazzi che conosco hanno fatto anni di catechismo, probabilmente quando erano molto piccoli e all’unico scopo di fare la cresima (e raccogliere qualche regalo…). Ma più chiedi ai ragazzi chi è questo dio nel quale credono, e più capisci quanto sia fallimentare la catechesi portata avanti dalla Chiesa negli ultimi anni. E se non sai chi è Dio, che Dio è un Padre amorevole, ma davvero lo è, irrimediabilmente finirai per scartare il cristianesimo come proposta di vita, perche rimane una legge senza spirito, e la legge, la lettera, senza spirito è qualcosa di morto, è un peso, un intralcio alla propria vita. Finché uno non fa esperienza dell’amore di Dio, e quindi la prima cosa da ricordare ai ragazzi è che Dio è Amore davvero, tutto il resto è molto fragile. Solo l’Amore guarisce, solo l’Amore risponde all’’infinito desiderio dell’uomo… e finché i ragazzi continueranno a darmi definizioni di Dio che non hanno nulla a che fare con l’amore, sarà sempre più chiaro che in questi anni noi consacrati e sacerdoti siamo stati i primi a mancare al nostro compito… 

Leggevo l’altro giorno in uno dei libri che mi sono portato per i momenti “liberi”:

“Ho un marchio in fondo al cuore, un marchio impresso a fuoco con scritta la parola “vuoto”. Questo vuoto smette di farmi sentire freddo solo quando arriva il fuoco di Dio, e niente altro che sia meno di Dio ci riesce: né le relazioni, neppure le più naturali, come quelle con i figli, né complimenti, né soldi, affetto”.

Per me sono parole verissime. E non che con questo si voglia dare poca importanza a tutto ciò che viene elencato, soprattutto le relazioni e l’affetto… ma che il cuore dell’uomo ha bisogno di un di più che niente in questo mondo orizzontale può veramente soddisfare, colmare, dare serenità…

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Missioni 2019 Perù

La sveglia del primo giorno di lavoro non è così traumatica. È vero che siamo tutti stanchi del viaggio, ma la notte prima siamo andati a dormire parecchio presto… ma ce anche l’effetto fuso orario e non sono pochi i ragazzi che già dalle 5 del mattino avevano gli occhi ben aperti, fissi sul soffitto, senza sapere bene cosa fare, perché qua la luce del sole non si vede senno fino alle 7 del mattino. 

Ce un insieme di attività che scandiranno ogni giornata, da lunedì a venerdì. L’unica differenza ogni giorno, oltre il contenuto della giornata ovviamente, saranno le attività della sera, che iniziano a partire di martedì. Insomma, il programma giornaliero è un po così:

7.00 Ce un momento di preghiera per noi membri dello staff, anche se qualche ragazzo tra i piccoli ha chiesto di essere svegliato per poter pregare un po.

7.30 Invece ce la preghiera del mattino per tutti quanti. Questo suppone che alcuni dei ragazzi dello staff sono andati in giro prima a svegliare i ragazzi. 

7:45 Andiamo tutti in sala pranzo e ricaricare le forze per affrontare al meglio la giornata. 

8:45 Si sale sui pullman. Quest’anno abbiamo tre mini pullmini da 18 passeggeri, vanno più agilmente in città e poi ci servono per la divisione nel pomeriggio ai posti di “lavoro”.

9:30 circa si inizia con il lavoro pesante. È un tipo di lavoro molto ingrato, bisogna dirlo, e che va molto lento, cioè i risultati immediati non esistono, il “tutto e subito” al quale molti dei ragazzi, e anche noi, siamo abituati, qua non esiste proprio… aiuta anche che non avendo i telefonini, non hanno idea del tempo. Certo questo ci porta qualche difficoltà con l’orario, però pace, ne vale la pena! Dicevo è un lavoro ingrato, pesante anche se vogliamo, ma la voglia e grinta che ci mettono i ragazzi fa tutta la differenza, sono entusiasti, lavorano ma anche scherzano, a volte con poca prudenza però… infatti ieri abbiamo avuto la prima ferita di guerra (genitori non vi spaventati che è tutto ok, e a breve, o forse l’ha già fatto, il nostro medico chiamerà i genitori rispettivi per spiegare quel che è successo e come stanno le cose, pero ripeto, lei sta molto bene!). 

12:30 Si mangia, tutti ammucchiati all’ombra di una piccola casetta dinanzi al posto di lavoro. Infatti mentre si lavora, si sta per una buona parte del tempo al sole, e il sole qua a 2700 metri è veramente forte e pesante. Non a caso, insistiamo molto sull’idratazione, crema solare e capello se ce l’hanno. 

13:15 Si ricomincia a lavorare.

14:30 Si riparte. I ragazzi sono divisi in sei gruppi diversi che visiteranno diverse istituzioni nella città. Quest’anno, due degli orfanotrofi (femminili) ci hanno chiesto di inviare loro solo volontarie femmine, quindi per non complicarci la vita abbiamo deciso di fare tre gruppi da ragazzi: due vanno in due orfanotrofi mentre un altro va in un’asilo per anziane abbandonate. E tre gruppi da ragazze: un orfanotrofio per bambine e ragazze malate, un orfanotrofio per bambini con disabilità mentale, e un orfanotrofio per bambine. Credo che la richiesta da parte dei due istituti femminili a cui vanno le ragazze, di non inviare loro maschi, risponda al fatto che le ragazze un po si innamoravano dai nostri ragazzi (e per carità, se è vero che le ragazze del gruppo sono bellissime, ce da dire che per innamorarsi dai nostri ragazzi ci vuole del fegato! ) e quindi l’esperienza non risultava propriamente positiva. 

17:30 Si inizia a tornare a casa. I ragazzi così hanno un po di tempo libero per riposarsi, lavarsi (o almeno si spera) e stare un po insieme tra di loro. 

18:30 Ce un’attività solo per noi dello staff, cioè un altro momento di preghiera al quale ovviamente sono anche invitati liberamente i ragazzi più piccoli. Infatti già ieri alcuni di loro si sono fermati qualche minuto a fare una piccola preghiera. 

19:00 Abbiamo la messa, sempre per noi dello staff ma aperta a chi dei ragazzi abbia voglia di partecipare. Anche qui, devo dire con molta sorpresa ed entusiasmo che una decina di ragazzi è entrata in chiesetta.

19:30 Si mangia e anche per oggi dopo magnati ci riuniamo per una sorta di briefing della giornata, qualche pro memoria, e via a dormire, ma solo dopo aver fatto insieme la preghiera della sera.

Devo dire che come la prima notte ad Arequipa, quella di domenica, anche quella di lunedì è una meraviglia, cioè i ragazzi vanno presto a dormire, sono stanchi, e ancora un po stravolti dal fuso. 

C’è anche da dire che per quanto riguarda il lavoro fisico, sono stati veramente forti. Hanno lavorato con entusiasmo, dandolo tutto. Noi in realtà vorremmo ricordare loro che abbiamo due settimane avanti ancora, e che questa, se rende l’idea, è una corsa di resistenza, come la vita, e non di velocità. Ce un insieme di prudenza con sforzo che ce da regolare secondo me… ma solo i giorni e l’esperienza che pian piano faranno i ragazzi aiuterà loro a capirlo a partire dalla propria conoscenza personale. 

Nel pomeriggio invece ce stato di tutto. 4 dei gruppi sono andati veramente bene, con i ragazzi molto felici al loro rientro. Uno dei gruppi per la prima giornata ha dovuto pulire una zona della scuola che li accoglieva e hanno avuto pochissimo contatto con i bambini. Essendo poi un gruppo di ragazze avevano tante aspettative di stare con i bambini! Cioè anche i ragazzi hanno aspettative eh, ma sono un po diverse da quelle delle ragazze. Comunque da oggi passeranno più tempo con i bambini. Ma devo dire che come pedagogia è ottima, perché uno degli aspetti fondamentali del volontariato, a mio modo di vedere, non è fare quello che preferirei o mi fa comodo, ma quello di cui ce veramente bisogno. Certo se si può unire entrambe le cose ben venga, ma la realtà non è sempre così, e non possiamo pretendere di aggiustare la realtà a nostro piacimento, quanto accoglierla e con umiltà saper riconoscere che è vero che ci sono cose che possiamo trasformare in meglio, ma ci sono tantissime altre cose che scappano totalmente al nostro controllo… solo quando facciamo pace con ciò, iniziamo a ritrovare un po di pace interiore. 

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Verso le 22 di sabato 22, eravamo già quasi tutti a letto. Avevamo appena affrontato un viaggio di poco meno di 24 ore e l’unica cosa che ha potuto rinviare il tufo nel letto è stata la fame. Domenica 23 invece si ripete, più o meno, la stessa dinamica del giorno prima. Siamo divisi in due voli, uno in partenza alle 8.50 l’altro in partenza alle 9:50. Decido quindi che saremo partiti da casa alle 5. Avverto anche che non saremo stati noi dello staff a svegliare, ma che ognuno sarebbe stato responsabile di ciò. 

Sveglia quindi alle 4 e mezzo, che in realtà grazie al fuso orario non diventa così problematica. Alle 5 quasi tutti i ragazzi sono fuori… 5.15 pensiamo di essere pronti, consegniamo le valigie e saliamo sui due pullman. Ogni responsabile dei pullman fa il conteggio delle teste salite… sorpresa ci manca una… ricontiamo… continua a mancarci una… a questo punto del viaggio siamo in 90, siamo stanchi, per un istante pensiamo che essendo così pochi gli assenti, questa differenza sia dovuta al sonno o a qualcosa che ci sfugge… non me la sento, non ce la sentiamo e facciamo scendere tutti dal pullman… appello nome dopo nome… e sorpresa, ricompare la persona mancante, che in realtà non è tanto un ricomparire quanto un prendere atto… era ancora a letto e aveva dimenticato di mettere la sveglia. Tutto di corsa, si sale in pullman e siamo nell’aeroporto verso le 6.15…

Consegna delle valigie e check-in vari e iniziamo l’imbarco. Nel frattempo arriva padre Gonzalo che partirà con il secondo gruppo, si fanno le presentazioni del caso e ci si saluta. Il padre sta piano piano migliorando il suo italiano. È stato con noi a Roma da tre mesi ed è la prima volta che a che fare con ragazzi non romani. Il suo primo commento infatti è stato: “i milanesi parlano molto più chiaramente! capisco quasi tutto!”… Poi nel comunicarsi anche piano piano prende confidenza. Il padre è una persona allegra e che sa stare tra i ragazzi. E come quasi ogni peruviano fa tanta fatica con le doppie (quindi non sarò più preso in giro in solitudine!). Ebbene i ragazzi sono sempre ragazzi, anche se pensavo che con il padre un po si sarebbero contenuti! Il padre sbaglia qualche doppia di qua e qualche doppia di là nel dire i cognomi per essere sicuro di avere tutti sull’aereo… uno dei nostri cari ragazzi decide di aiutare il padre con le doppie e spiega a lui che il suo cognome ha una sola “n”, e non due come lui ha pronunziato: “No padre, con una sola “n”, non due. Una sola “n”, come ano!” Non so come avrebbe reagito un altro sacerdote o qualcuno di noi consacrati, magari alzando gli occhi al cielo e dicendosi “perché a me”… il padre devo dire se l’ha presa molto sportivamente, si è fatto una bella risata e ha imparato qualcosa di nuovo della grammatica italiana!

Atterrati ad Arequipa, nel tempo che ce stato tra il primo e il secondo gruppo, i ragazzi approfittano per prendere il sole, l’aria, e allungare un po le gambe. Hanno una capacità pazzesca per supporre, senza dire nulla, che possono abbandonare valigie e zaini, anche con i passaporti dentro, e che ci sarà sempre qualcuno che li controllerà, un affidamento alla provvidenza invidiabile insomma! Beh dopo un po di minuti e in mezzo a un grande hall dell’aeroporto di Arequipa, mi ritrovo un bellissimo zainetto con dentro il passaporto! Qualche minuto dopo arriva un po in ansia il nostro caro amico spaesato, e la sua anima torna in corpo quando vede che lo zaino è ancora nelle nostre mani. E parlando del “spaesamento” devo raccontare che ad oggi ci sono state tre crisi di “Nando ho perso/mi hanno rubato il portafoglio/cellulare”… crisi risolta con un po di pazienza e calma, e il fermo proposito di cercare bene…

Per non farla troppo lunga, arriviamo alla casa che ci ospiterà verso le 12.45… (e a questo punto del racconto devo riconoscere che sono andato a dormire… cioè mentre scrivevo, domenica sera, ho dovuto smettere e ricominciare, ora, lunedì mattina… il perché… ho notato che i frutti della stanchezza e del sonno si materializzavano nel testo… scritti senza senso, frasi intere che non c’entravano con il viaggio ma a cose a cui stavo pensando… dopo i primi tentativi e un bel po di fastidio ogni volta che me ne accorgevo di tutto il non senso… e avendo insistito tanto pensando che tutto si può e che la forza di volontà è tutto, mi sono fatto una forte risata alla undicesima frase senza senso, mi sono fatto pace al cuore, riconosciuto che ero stanco, che probabilmente non soltanto mi meritavo una bella dormita e che ne avevo proprio il bisogno, ma sopratutto riconoscendo, nuovamente come alla partenza, che sono fragile, anche limitato, e che non ha nulla di male… quindi con la pace nel cuore e un sorriso in faccia, pijama addosso e a dormire!)

E il racconto riprende qua… è già lunedì ma devo continuare con quanto successo domenica, da quando abbiamo mangiato in poi. In realtà non molto… cioè, ci siamo distribuiti nelle stanze, maschi in un edificio, una chiesetta in mezzo, e le ragazze nell’altro edificio, e siamo riparti verso il centro storico, per fare una breve passeggiata, che è finita, dopo la classica foto di gruppo nella piazza centrale, con la bianca cattedrale alle spalle e uno dei tre vulcani che circondano la città (due su tre attivi se non sbaglio… cioè attivi ma dormenti!, quindi tranquilli genitori), dicevo, è finita nel supermercato. Gli obbiettivi dei ragazzi sono chiari: acqua in quantità industriali, e schifezze varie. Le varie casse in giro per il supermercato impazziscono, di colpo si sono ritrovati quasi un centinaio di italiani, e gli italiani si fanno riconoscere subito da queste parti, per la sua, diciamo, poca non rumorosità. 

Tornati a casa e mollate le cose nelle stanze (posate, e non so se ci sono doppie da qualche parte, per chi ritiene “mollare” troppo giovanile!) ci siamo riuniti in auditorio per iniziare proprio con l’esperienza. È la classica prima conferenza che penso si abbia sempre che si inizia qualcosa, e a maggior ragione se è qualcosa di importante: e quindi ricapitoliamo il famoso regolamento, che non è un togliere libertà, ma garantire che possano fare l’esperienza nel modo più bello possibile. Ricordare loro che il senso della presenza di tanti consacrati nel gruppo risponde solo ad accompagnarli, ad aiutarli a vivere il viaggio non soltanto al massimo delle proprie forze fisiche, nella donazione quotidiana, ma viverlo con il cuore aperto, attento ai “segni” che ogni giorno ci sono e che ci vogliono dire qualcosa in maniera del tutto personale. Soprattutto ricordare loro che noi grandi, lo staff di 9 ragazzi universitari, la parte organizzativa ed strutturale del viaggio, fanno solo una piccolissima percentuale del viaggio, e che la stragrande maggioranza dipenda da loro: da quanto ci lasceranno toccare dall’esperienza, da quanto riusciranno a far crollare le maschere, da quanto rinunceranno a pensare che il vero amore deve essere meritato quando in realtà è solo dono gratuito che tocca imparare ad accogliere, da quanto crederanno che ognuno di loro è unico, e unico è il ruolo che svolgeranno non soltanto in questo viaggio, ma in tutta la loro vita… ma la chiave di fondo, di quanto capiranno e metteranno in pratica che per provare la vera gioia, la pace nel cuore, non ci si arriva senza fatica, e che non escludono le sofferenze, anzi, direi che le sofferenze la garantiscono proprio. Dipenderà soprattutto da quanto si lasceranno toccare ed amare dalle persone che incontreranno, dalle loro storie, dei loro gesti, dalle loro speranze. Ho anche ricordato, tornando alle moleste percentuali, che magari possiamo dire che a noi che organizziamo ci tocca il 10 per cento e che ai ragazzi tocca il 90 per cento restante. Ma ricordato anche che la vita e la realtà, ma soprattutto Dio, che a mio modo di vedere non ne sa di matematica, è un essere amorevole che ci mette il 100 per cento, abbracciando quel piccolo 10 per cento di noi consacrati e quel 90 per cento dei vari ragazzi del gruppo. 

Finita la riunione, e risolto qualche dubbio, ogni ragazzo ha preso il suo libretto per le meditazioni personali, e poi ha consegnato il proprio cellulare. Certo, solo dopo essere stati rassicuratissimi che non ci saranno conseguenze psichiche negative per non avere il cellulare per 16 giorni, che non ci saranno sindromi di astinenza, e che ce in torno a noi una realtà fatta di amici cari che hanno tanto da dirci e cui abbiamo tanto da dire… e che quanto succede dall’altra parte del mondo, con delle eccezioni magari, può aspettare questi giorno prima di essere a noi noti.

Usciti dall’auditorio siamo andati in chiesa per la santa Messa. Questo è il primo anno che tra noi ce un sacerdote della nostra comunità che parla anche l’italiano. Il che a mi modo di vedere è molto arricchente. Noi dello staff potremo andare a messa ogni giorno, ne sentiamo il bisogno, oltre i due momenti di adorazione la mattina prima di svegliare i ragazzi e la sera poco dopo tornati dal lavoro. È vero che può dipendere molto dal sacerdote, ma da un peso diverso al viaggio, nonché la possibilità, per chi lo desidererà, di poter confessarsi e magari riprendere, piano piano, un percorso interrotto tanti anni fa, di solito nei casi dei ragazzi italiani quanti subito poco dopo la cresima (ovviamente senza generalizzare, solo statisticamente parlando…). Questo domenica si festeggiava la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Il Vangelo scelto per questo giorno è una delle moltiplicazioni dei pesci e pani, e in questo caso quella raccontata da Luca. Dinanzi a una folla affamata, Gesù ordina i suoi discepoli di darli di mangiare, “pensateci voi” in pratica. I discepoli fanno notare il loro maestro che di pesci e pane ce ne sono solo due e cinque, al che Gesù risponde con un’indicazione sulla distribuzione delle persone e poi benedicendo quei pochi frutti nelle mani degli uomini, i suoi discepoli, che poi diventano alimento fino alla sazietà per quei più di cinquemila persona affamate. E a me questo brano ha parlato molto di questo viaggio che stiamo per iniziare… perché noi uomini ci presentiamo così, con solo due pani e cinque pesci, con questi pochi doni, preziosi perché sono nostri, ma sono sempre ben pochi fino a tutto ciò che ce da fare. Ed è quella la mia esperienza ogni volta che mi reco nella mia terra per portare un po di aiuto a chi più soffre dal punto di vista materiali e non solo. Uno arriva felice, anche un po fiero perché no, ma poi ci si scontra con una realtà che ci supera infinitamente, e con la consapevolezza, che la realtà ti sbatte in faccia, che ci sarà sempre molto più da fare. Ma nel Vangelo Gesù non scarta quei pochi pani e pesci, ma ne ha bisogno di loro, Gesù non scarta i nostri doni, le nostre piccolezze, ma ne ha bisogno di essi per trasformare la realtà. Suppone certamente un affidamento, credere alla sua parola, al suo invito… e poi i frutti arrivano. E l’esperienza qua in Perù è un po così… perche effettivamente uno potrebbe pensare che è talmente poco quello che abbiamo portato, che non abbia così tanta importanza… e invece è fondamentale quel nostro poco, poco ma unico, perché ora siamo noi, ognuno dei ragazzi che fa parte del gruppo, a poter dare il suo a questa missione, un “suo” che è unico quanto è unico ognuno di loro. Ma ce da fidarsi, da credere a quella voce interiore che rassicura, e che ti invita a donarti. 

Usciti dalla messa siamo andati a mangiare, poi quasi subito una breve preghiera per chiudere la giornata, e verso le 9.45 erano quasi tutti a letto… che belle queste prime notti in cui i ragazzi sono a pezzi a causa del fuso e del viaggio, che bello che possiamo andare a dormire presto… ma tanto da martedì o mercoledì non sarà più così, e solo Dio lo sa da dove tirano forze per andare avanti anche fino a notte inoltrata… 

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