Missioni 2018 Perù

Non esistono sofferenze di classe A e sofferenze di classe B

Quinta giornata di lavoro andata. Questa volta la sveglia è stata dura non solo per me, ma anche per tutto lo staff e per tutti i ragazzi… alla domanda “siete stanchi?” dinanzi alla porta della cappella, ho ricevuto un timido “si” da parte della stragrande maggioranza che nonostante la fatica era arrivata puntuale al primo appuntamento della giornata. Questa stanchezza si nota anche negli orari, dovevamo partire alle 8:30 e alla fine, tra una cosa e l’altra, siamo partiti verso le 8:50. L’ingrato lavoro della scuola prosegue. Dobbiamo finire di livellare con terra i diversi terrazzi, poi pulirli, verniciare un intero muro e lasciare tutto pronto per gli ultimi dettagli di domani. 

Il pomeriggio arriva e con esso arriva anche il momento dei saluti. La notte precedente i ragazzi hanno distribuito i diversi regali portati dall’Italia e li hanno divisi per orfanotrofio. I saluti, in ogni posto dove siamo stati presenti, sono tosti, e le lacrime dei ragazzi non mancano. Sono una combinazione di un senso di ingiustizia, di non capacitarsi all’idea che possano esserci persone in queste situazioni di abbandono o di malattia, insieme alla domanda sul perché loro e non noi? Domanda che probabilmente in questa vita non troverà una risposta, e che in realtà è un invito a tutti i ragazzi a chiedersi sull’orientamento che danno alla propria vita, su cosa stanno facendo con il dono che hanno ricevuto, la salute, l’istruzione, una famiglia che li ama, e tutte realtà che nella vita di queste persone sono delle grosse mancanze. Forse questo invito è il senso della vita e la ragione di essere di queste persone. Forse loro esistono proprio per ricordarci quanto è bella quanto unica la vita, e allo stesso tempo che essa stessa non è scontata né per sempre. 

Ce un grosso rischio però nel contatto con tanta sofferenza. Il credere che le sofferenze siano paragonabili, credere che la consapevolezza di persone che soffrono più di noi, significhi che non possiamo consentirci di soffrire, o che le nostre sofferenze siano sciocche, perché ce gente che è messa peggio di noi. È palese che da una parte esiste gente messa peggio di noi, tanto, non solo quantitativa ma forse soprattutto qualitativamente. Ma l’esistenza della sofferenza altrui, quantitativa e qualitativamente più “grande”, non vuol assolutamente dire che le nostre sofferenze siano da sottovalutare. La sofferenza e il dolore sono come una spia che sta a indicarci che qualcosa non sta andando bene in noi, questo è evidente se parliamo della dimensione più biologica della persona… cioè il dolore è la spia che ci dice “devi andare dal medico” o “devi prendere subito quella medicina”, e senza il dolore magari non ci cureremo neanche, rischiando di peggiorare tutto. La sofferenza agisce allo stesso mondo a livello dell’interiorità, è una spia che ci dice che ce qualcosa dentro di noi che va affrontato, scoperto, ma soprattutto guarito. E con guarito non intendo risolto… ci sono sofferenze che durano tutta la vita… con guarito intendo metabolizzato, integrato in una visione più profonda dell’esistenza, dove la sofferenza e il male non sono realtà dalle quali scappare, neanche da desiderare, ma opportunità di crescita. Le nostre piccole sofferenze sono importanti, perché sono vere, perché soffriamo veramente per cose che ci stanno a cuore. Pensare che ci sono persone messe peggio o che soffrono più di noi non può diventare né una consolazione, né un obbligo a non soffrire più. Tutte le sofferenze sono importanti, non esistono sofferenze di classe A e sofferenze di classe B.

Oggi dopo cena abbiamo fatto le riunioni a gruppi con le ragazze. Sempre affrontando il discorso della sabbia e il seme, insieme a quello delle maschere, è sorta la domanda: “Ma tu, perché sei amato? Perché esistono delle persone che ti amano?”. A queste domande, spero che saremo in grado di rispondere nei prossimi giorni, quanto approfondiremo le tematiche degli idoli e dell’amore.