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Un viaggio quasi perfetto, e il quasi ci sta, perché la perfezione non è proprio umana, non ci appartiene, per quanto vorremo aggrapparci ad essa. Dopo aver scritto la lettera a sé stessi, averla chiuso bene in una bustina, e averla consegnata a qualcuno di noi consacrati, i ragazzi sono andati avanti nella notte, sempre sotto lo sguardo di un membro dello staff grande, per essere sicuri che non succedesse nulla di particolare… qualche coppietta (qualcuna che è passata praticamente dall’odio all’ “amore”, o la ormai famosa strategia della “capra”, i ragazzi capiranno), qualche scherzo, e purtroppo qualcuno che ha bevuto (e o faceva finta di stare male o veramente non reggeva proprio niente) un distillato tipico peruviano ovviamente a nostra insaputa… niente di grave o che sia andato fuori controllo.

Oggi la sveglia è stata libera, colazione tra le 10 e le 11.30 e partenza alle 12.30. In aeroporto, una volta fatto il check in, ci siamo riuniti tutti quanti dinanzi all’ingresso dei controlli, ci siamo salutati, noi consacrati e staff universitario che rimaniamo qualche giorno ancora a Lima, e loro che tornano alle loro case, dalle loro famiglie dai loro cari. Un saluto pieno di abbracci, qualche pianto, ma soprattutto con il desiderio di rincontrarsi e condividere insieme ancora una volta, qualcosa di quest’esperienza che la capisce solo chi l’ha vissuta, vissuta bene. 

Ora loro sono in viaggio, e noi rimaniamo qualche giorno a Lima prima di proseguire le nostre missioni con il secondo gruppo, che arriverà a Quito il prossimo lunedì. Per ora siamo molto stanchi, oggi a cena quasi non ci reggevamo, ma siamo felici, e soddisfatti anche dal gruppo, dalla loro voglia di fare, dalle poche volte in cui ce stato bisogno di fare pressione per lavorare, ma soprattutto del bene fatto l’ultima settimana a Cañete, tra quella gente così povera di bene materiali, ma così ricca di riconoscenza e speranza. Finire le giornate stanchi così, vale la pena, vale tutta la vita.
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Oggi ci siamo svegliati mezz’ora prima del solito, cioè alle 06:30, preghiera alle 07 e partenza alle 08. L’obbiettivo della mattinata era, fino alle 10:30, di finire di mettere le finestre e fare tutti i dettagli delle case, finestre comprese. Io sono partito prima per andare a prendere la vernice per le case; solo ieri sera abbiamo deciso di pitturare le case, visto che non sapevamo come saremo andati con i lavori. Purtroppo quelli della vernice ci hanno messo un po di più a mischiare quindi sono arrivato alla baraccopoli verso le 11:30. Briefing con i capo squadra per spiegare gli obbiettivi della giornata e via, vernice distribuita tra i ragazzi insieme ai pennelli e tutto il necessario per completare le case.

Purtroppo ho fatto molto male i calcoli, o meglio, mi aspettavo un lavoro più costante da parte dei ragazzi nonostante la stanchezza accumulata lungo tutti questi giorni di lavoro. Speravo di finire entro le 14, così da tornare a casa verso le 16 per mangiare… invece la benedizione casa per casa è iniziata alle 16:30, quindi abbiamo saltato il pranzo e finito di benedire tutte le case per le 18:30. Inutile cercare di spiegare a parole le emozioni delle persone della baraccopoli. La gratitudine, l’affetto, e l’impegno di pregare per i ragazzi sono stati la costante di ogni famiglia alla fine di ogni benedizione. In alcuni casi le famiglie, mentre ringraziavano i ragazzi, hanno pianto dall’emozione e gioia, perché ancora non riuscivano a credere che tutto questo non soltanto fosse arrivato in modo totalmente gratuito, ma che i ragazzi l’abbiano fatto come volontari, senza che nessuno glielo abbia detto di fare e senza ricevere nessun tipo di ricompensa materiale. Ogni parola resta troppo piccola per poter descrivere le emozioni provate. Credo che i ragazzi avranno bisogno del tempo per capire quanto è successo e quanto sono stati in grado di dare, di donare. Non sono pochi quelli che non vorrebbero partire… alcuni hanno persino un po di paura di tornare, perché sanno che questa consapevolezza che hanno guadagnato, è qualcosa di bello ma allo stesso tempo molto impegnativo… 

Per finire il viaggio, i ragazzi hanno ascoltato una lettera che ho scritto a loro durante questa giornata, negli spazi di riposo e la sera durante la cena… dopo la mia lettera, loro hanno scritto una lettera a loro stessi… erano felici di potersela scrivere, ed era commovente vedere l’impegno e dedizione che molti di loro ci hanno messo. Ecco la lettera, senza censure, così come è stata letta ai ragazzi:

Cari ragazzi, 

Sono passati esattamente 17 giorni da quando ci siamo incontrati nell’aeroporto di Madrid, provenienti da diversi aeroporti dispersi per l’Europa. Molti di voi già vi conoscevate, alcuni anche da tantissimi anni. C’era anche chi non conosceva proprio nessuno, e me lo ricordo ancora lì in piedi vicino al mc donalds dell’aeroporto un po’ in disparte, senza magari saper bene come approcciarsi con gli altri, forse per la timidezza o magari anche per qualche ripensamento sul partire o meno, del tipo “chi me l’ha fatto fare”. Poi c’erano tutti quelli entusiasti che si erano prenotati da settembre, o anche prima, spinti dalla testimonianza di qualche amico, fratello o sorella, cugino o cugina più grande… e chi si era aggiunto proprio all’ultimo perché qualcuno non poteva più partire. Una volta a Madrid, non c’era possibilità di tornare indietro, e da lì a poco più di 16 ore, se contiamo il lunghissimo volo fino a Lima, il tempo d’attesa tra un volo e l’altro e il volo per Arequipa, avremmo iniziato questo viaggio che sta ormai arrivando alla sua fine. 

Cosa ti ha spinto a partire? Che aspettative avevi? Sono state superate o deluse? Hai trovato altro rispetto a quanto aspettavi? Cos’hai avuto nel cuore durante tutto questo tempo? Chi hai scoperto di essere? Chi sei? E cosa di questa scoperta ti piace da matto, e cosa di questa scoperta non ti piace proprio? Che aspetti della tua storia personale hai rivalutato, sia per il male che ti hanno fatto, o per il bene che da essi sono scaturiti nonostante il dolore iniziale? O magari hai preferito fuggire dal dolore, rimanendo nella superficialità, perché fa ancora troppo male, e nonostante sia un dolore che blocca e condiziona, preferisci non affrontarlo ancora…  Chi hai scoperto di essere e cosa di questo hai accettato, cos’altro invece fai fatica ad accettare, ma soprattutto, chi vuoi essere d’ora in poi? Perché è questa l’unica domanda che conta ora: chi vuoi essere?

Io non so cosa sarà di voi al ritorno, e non parlo della vostra vita abituale, fatta dalla famiglia, dalla scuola, dagli amici, lo sport, una passione e il divertimento, quel divertimento che tante volte diventa la via di sfogo e di fuga da tutto, a volte anche forse esageratamente, e magari non proprio in questo ordine di importanza. Parlo di come farai per vivere come hai vissuto qua, cioè stanco, ma felice, addolorato ma sereno, in pace, senza dover stare a preoccuparti delle tante banalità che occupano le tue giornate là a casa, di tutte quelle paranoie che ti fai alla ricerca di un po’ di accettazione o di un briciolo di affetto e attenzione, di tutte quelle maschere che indossi per fare una bella figura. Parlo soprattutto di come farai per renderti utile a chi ne ha più bisogno, e non parlo solo dell’aspetto materiale, ma di quella povertà raffigurata nella nostra fragilità e debolezza che tutti portiamo dentro e che siamo abituati a nascondere quasi come se fosse una vergogna. Come farai? Come farai con questa immensa consapevolezza che ora hai? Non puoi tornare a casa come se qua non fosse successo nulla, sarebbe un’ingiustizia verso tutte quelle persone che ti circondano, verso le persone che in questo viaggio sono state destinatarie del tuo amore e dei tuoi sforzi, ma sarebbe soprattutto un’immensa ingiustizia nei tuoi confronti. Se torni uguale a come sei partito, ti posso assicurare che c’è qualcosa che è andato storto, molto storto, ed è stato o sarà solo e unicamente tua responsabilità, di quanto hai aperto o tenuto chiuso il cuore, di quanto ti sei lasciato toccare dalla realtà, di quanto hai voluto andare in profondità.

Hai incontrato diversi tipi di povertà. Durante la costruzione della scuola, la povertà di chi non può permettersi di avere una struttura degna per studiare e che vorrebbe farlo perché sa che è l’unica via per uscire dalla situazione in cui si trova; durante le visite agli orfanotrofi la povertà di chi è stato rifiutato da chi più di chiunque nel mondo avrebbe dovuto amarlo, una madre o un padre; nelle visite agli anziani, la povertà di chi è stato abbandonato nel momento in cui più bisogno di sostegno c’era, quando la forza della vita comincia a diminuire piano piano; nelle visite all’ospedale, la povertà frutto dell’esperienza di quell’assaggio di morte che sono le malattie, che stanno lì a ricordarci che non ci bastiamo a noi stessi, che siamo fragili e limitati, che arriverà un momento in cui lentamente o velocemente ci spegneremo, e che non abbiamo il controllo totale neanche della nostra stessa vita; nella settimana trascorsa nella baraccopoli, qua a Cañete, la povertà estrema, di chi vive dimenticato da una società che sembrerebbe voltare le spalle agli ultimi. Quella povertà fatta da quel cielo grigio, da quella tenue pioggia, sottile quanto fastidiosa, dal terreno fangoso, dalla puzza di spazzatura e di animali morti. Quella povertà dipinta nelle loro case, case per dire, quelle 4 o più stecche alle quali vengono assicurate le, chiamiamole, pareti fatte da stuoie, da paglia, o da plastica nera, quella stessa plastica nera che usiamo per le buste della spazzatura. Quella povertà di chi vive senza i servizi più essenziali, come l’acqua potabile, la luce, il riscaldamento o la fogna. Quella povertà di chi con dignità ti mostrava ogni spazio della sua casetta, quegli spazi che erano stanza da letto, da pranzo e cucina allo stesso tempo, arredati con materiali scadenti, rotti, e la maggior parte delle volte umidi, bagnati e sporchi di terra. 

Ma probabilmente dinanzi a tutta questa povertà hai trovato anche la tua povertà, fatta tante volte di indifferenza, di egocentrismo, di menefreghismo; una povertà che ti porta a pretendere che tutto ti è dovuto, che tutto è scontato, come se quanto hai ricevuto fino a questo momento nella tua vita corrispondesse a un merito e non a una fortuna o sforzo della tua famiglia. 

Ma questa povertà appena elencata deriva, secondo me da due tipi di povertà più profonde: da una parte quella povertà fatta da ferite, da sogni e aspettative frantumate, la povertà di chi non si sente mai abbastanza in un mondo che sembra aspettare da te solo e unicamente la perfezione, il successo, i numeri, i risultati, obbligandoti all’omologazione e a cancellare tutta una serie di aspetti della tua personalità che sembrano non essere apprezzati dalla nostra società. La povertà di essere fragile, di avere delle ferite, di essere vulnerabile. Ma questo tipo di povertà sembra cambiare volto, o deve farlo, perché quest’ultimo tipo di povertà non è di per sé negativa, è la povertà intesa come piccolezza, la povertà del nostro essere uomini, così limitati e piccoli, così fragili, ma allo stesso tempo con così tanti sogni e aspettative, con quel desiderio di infinito che sembra gonfiare l’anima e spingerla sempre oltre. È bello accogliere la propria fragilità, è bello integrarla nella propria vita. A volte mi sembra che la tua bellezza più grande stia proprio lì, quando sei fragile, nonostante tutta la sofferenza che quella fragilità può racchiudere,  quando sei vulnerabile e per questo ti puoi dare più autenticamente agli altri, perché sei te stesso e non qualcuno che un altro vuole che tu sia. 

E se le nostre fragilità fossero come delle perle? Mi piace molto l’immagine della perla, pietre preziosissime. Pochi sanno, o pochi fanno caso semmai, da dove nasce una perla… una perla nasce da una ferita, e quanto più grande è la ferita, più grande è la perla. Anzi, si tratta a volte da una ferita che nasce da un granello di sabbia, quella stessa sabbia con la quale viviamo riempiendo la nostra vita. Nasce dal dolore, quando un’ostrica viene ferita, un corpo estraneo penetra al suo interno, la conchiglia inizia a produrre una sostanza chiamata madreperla con cui ricopre il corpo estraneo per proteggere il resto. Se l’ostrica non venisse ferita, non potrebbe mai produrre le perle. Quante ferite abbiamo noi che invece di lasciarle diventare perla, le teniamo nella condizione di farci male, di condizionare la nostra vita, i nostri rapporti, le nostre scelte, o persino di ucciderci lentamente, in silenzio? Noi non abbiamo la madreperla, ma abbiamo quell’esperienza che ha inondato questi giorni in Perù, quello che chiamiamo Amore e che circonda tutto ciò che abbiamo fatto. Solo l’amore può trasformare le ferite in perle, solo l’amore ti concede la forza di perdonare, e perdonando di cuore, trasformare ogni torto subito, ogni giustizia affrontata, ogni dolore, anche quello più profondo. Non esiste dolore o ferita che un amore vero, puro e soprattutto illimitato quanto incondizionato, non possa non solo sanare, ma soprattuto far sbocciare in qualcosa di veramente bello e solido.

Ma poi c’è un altro tipo di fragilità, che cresce insieme alla “povertà buona” che diventa povertà in noi: parlo di tutte quelle volte in cui scegli di non amare, scegli l’egoismo, scegli di fregare qualcuno, il sistema, una persona, scegli di farti del male, un male che tante volte si traveste da bene, sotto le solite scuse del “basta non esagerare”, ma che impercettibilmente ti apre sempre più porte che prima o poi ti possono condurre alla rovina. C’è anche la scusa di credere di poter avere tutto sotto controllo, del “tanto conosco i miei limiti” o dell’ “io non sono come gli altri”, finché prima o poi, qualcosa scappa a questa idea di controllo e finisci per pagare delle conseguenze che non avresti mai pensato, e fidatevi, l’ho visto accadere tantissime volte. È un po’ come quanto è successo oggi, mentre verniciavate. Si inizia con qualcosa di innocente, che si pensa di poter gestire, ma poi la cosa progredisce, direi che peggiora, si passa dai piccoli tratti di vernice sulle magliette a quelle sulle braccia, e dalle braccia al viso, rischiando, e dal viso persino nei capelli. Così da qualcosa che all’inizio sembrava innocuo ci si ritrova in una voragine che finisce solo nel peggiore dei modi, hai iniziato qualcosa che poi non hai saputo fermare. Poi, una volta passato il divertimento del momento, ti guardi in faccia, negli specchi, e non ti piaci, magari all’inizio ti fa anche ridere, ma dopo un po’ ti accorgi che tu non sei così e che non vuoi rimanere così, ti accorgi di aver sbagliato, o che qualcuno ha oltrepassato dei limiti e le conseguenze le devi pagare anche te. E cerchi in ogni modo di levarti le macchie di vernice ma non vanno così via facilmente, ci sono delle conseguenze, fa male, finché pensi di essere riuscito a levartela ma poi te ne accorgi che pur avendo tolto buona parte di vernice, ti è rimasto il braccio e il viso colorito, perché ti ha lasciato un segno che durerà più del solito. Ecco quando scegli di non amare, in cristiano vuol dire peccare, scegli di macchiarti con qualcosa che all’inizio sembra giustificabile, o normale, scialla come diresti tu in una situazione del genere, cioè che non è così grave, ma poi, una volta che questa scelta si fa sempre più frequente, può arrivare un punto in cui non ti riconosci più, non ti piace come sei diventato, e pur volendo tornare indietro, non è più possibile, pulirsi vorrà dire passare per un percorso di dolore e di affrontare le conseguenze di quelle scelte. Penso che tutti voi, avete avuto un esperienza particolare con la vernice oggi, pace, niente che sia irrisolvibile… ma cercatevi di aiutare con quest’immagine per cogliere il senso del peccato, o se vi è difficile o vi dà fastidio darle questo nome, allora diciamo per cogliere il senso di scegliere il non amore, il rifiuto dell’amore. Ogni volta che scegliete di non amare, succede questo, ti sporchi un po’, magari all’inizio il tuo cuore non ne risente più di tanto, o ne risente pochissimo, ma poi diventa sempre più facile scegliere il non amore, diventa una cosa quasi automatica, perché dietro ci sono state tantissime scelte in quella direzione, e quindi il cuore ne risente sempre di più, si macchia sempre di più… e a volte, l’acqua ragia può finire, forse può essere troppo tardi, non a livello concettuale, si dice che si può sempre cambiare, ma forse la tua volontà è talmente indebolita che non ce la puoi fare, se non con tanto tempo e aiuto, come succede esattamente con chi ha delle dipendenze, non so se conoscete qualcuno, ma quando si è dipendente, la libertà è veramente compromessa. Amare equivale ad allenare il cuore a crescere, a darsi, ed è curioso che proprio il cuore sia un muscolo, e come sapete i nostri muscoli hanno bisogno di allenarsi, altrimenti diventando deboli, mosci, senza forma… ecco con l’amore è anche così, amare ti rende sempre più capace di farlo, e così ci si allena per quei momenti nella vita in cui ti viene chiesto un amore sempre più grande. 

Quindi cari ragazzi, con quali povertà volete vivere? Quelle che nella sofferenza, accolta e guarita, risanata, ti può far veramente tirare fuori il tuo lato più bello e umano, più dolce, più solidale, più empatico? Quella che guarita dall’amore ti porta ad amare solo di più, con tutti i tuoi mezzi, pochi o tanti che siano non importa. O volete rimanere con quella povertà che ci schiavizza, che è costituita da tutte le volte che scegli di non amare, o di amare in modo errato, o di scambiare l’amore per tutto ciò che non c’entra con amare, o quando cosifichi l’amore, come se fosse merce di scambio. Se volete scegliere l’amore, ora di ritorno a casa vi aspetta una grande, quanto bella e dura sfida. Vi do tre consigli: servite, praticate atti di carità e generosità, e pregate. Se vi assicurate queste tre cose, il Perù rimarrà presente nei vostri cuori, nei vostri sguardi, e nelle vostre azioni. 

Un’ultima cosa, ieri parlavamo di Dio, di questo Dio che ti ama incondizionatamente, alla follia, in mondo infinito e del cui amore l’amore materno è solo un riflesso quasi perfetto. Nessuno può conoscere Dio tramite una teoria o tramite un ragionamento, teorie e ragionamenti possono avvicinarti a un’idea dei Dio, ma anche allontanarti… l’unica strada per conoscere Dio è tramite un incontro con Lui, nella perseveranza della preghiera, nell’intimità del tuo cuore, e nel contatto della tua anima con quel cibo di cui essa ha bisogno: la carità e il servizio. Dio può veramente essere una svolta nella tua vita, so che sei giovane, che pensi di avere tutto il mondo nelle mani, o sotto controllo, che sei pieno di sogni, ma Dio ti può dare qualcosa che niente in questo mondo ti può dare, quella tranquillità che ti concede il saperti amato a prescindere da tutto e da tutti, che non esiste niente che tu possa fare per far venire a meno questo amore, un amore che forse hai visto negli occhi di tutte quelle persone che ti ringraziavano, nella signora che piangeva, nel bambino malato una settimana fa, nell’anziana abbandonata, un amore che si trova quasi esclusivamente nei più deboli, negli ultimi, ma che per poterlo cogliere bisogna abbassare le difese e guardare con gli occhi del cuore. Dio non può arrivare per imposizione, o per educazione, magari quest’ultima può essere un ottima base, ma non basta da sola, ci vuole incontrarlo, e incontrandolo scoprire quanto grande e bello è il suo amore per te. Ognuno di voi è un tesoro agli occhi di Dio, ognuno di voi è valso la sua morte in croce, ognuno di voi è un pensiero unico di Dio a cui viene consegnato un compito nella vita, quel compito che risponde alla domanda: chi vuoi essere e cosa vuoi fare della tua esistenza.

Grazie per aver fatto parte di questo gruppo. Chiedetevi, per finire bene questo viaggio, e mettete per iscritto, cosa non vuoi dimenticare di questo viaggio e cosa cambieresti del modo in cui l’hai vissuto. Grazie per esser diventati vicini a chi aveva bisogno di voi, anche per quelle poche ore di tempo che le abbiamo dedicato. Grazie per avermi aiutato a fare insieme una piccola differenza nella vita di queste persone, grazie per la vostra gioia ed entusiasmo, per la vostra voglia di fare, per la vostra generosità… è stato molto bello vedervi quasi trasformati al supermercato, da quando le prime volte quasi in solitario andavate in giorno a cercare di fregare a tutti l’ultima nutella, a quando giravate in gruppi per portare un po’ di aiuto alle vostre famiglie. È stato molto bello vedervi abbracciare i vostri bambini, le vostre nonnette, e le vostre famiglie. Grazie perché avete fatto del bene a tante persone che in un modo o nell’altro vi seguivano. Grazie perché avete dimostrato che si può fare la differenza, basta darsi da fare ed amare. Grazie infine per la fiducia.

Scusatemi, scusateci, per tutti i nostri torti, sbagli, o se in qualche modo vi abbiamo ferito o non siamo stati all’altezza delle vostre inquietudini. Siamo solo poco più grandi di voi, amiamo quello che facciamo e siamo felici che ora, in qualche modo, fate parte della nostra vita, e quindi pregheremo per tutti voi. 

Questa lettera finisce qua, ma ora tocca a voi scriverne una, ma a voi stessi, una lettera personale a voi stessi. Vi suggerisco di rispondere in questa lettera ad alcune delle domande che ho elencato prima; rispondetevi chi volete essere, rispondetevi cosa non volete dimenticare, e infine rispondetevi cosa avreste cambiato del vostro atteggiamento.

 Che Dio vi benedica!


Mentre scrivo questo penultimo post del primo viaggio, i ragazzi continuano a scrivere le loro lettere. A questo punto, forse la cosa migliore per me è andare a dormire…
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Missioni 2018 Perù
Solita sveglia delle 7, questa volta niente briefing ne preghiera del mattino, ma direttamente colazione fino alle 8, per poi partire per la messa alle 08:30. Dopo due settimane qua riusciamo a partecipare di una messa in italiano, e diciamo che cambia parecchio la partecipazione dei ragazzi. Finita la messa, verso le 10, siamo partiti verso il nostro cantiere di lavoro, l’associazione Augusto Leguia. Nuovamente la giornata non è il massimo, meno male che il meteo affermava che sarebbe uscito il sole… invece niente sole, nuvole e più nuvole, e quella fastidiosissima pioggia che bagna tutto.

Dedichiamo la mattina a finire i tetti, lavoro che ci prenderà tutto il pomeriggio, e non solo. Un paio di case sono molto ma molto indietro, solo uno o due pavimenti livellati, nonché complicazioni serissime a causa del terreno. Quindi dedichiamo una squadra “speciale” al completamento di entrambe le case. Il resto di gruppi lavorano bene, magari manca un po di organizzazione tra di loro, per approfittare i tempi e i compiti, considerando che alcuni dei compiti non hanno bisogno di più di due o tre persone per essere eseguiti. Dopo mangiato facciamo un briefing con i caposquadra, capire il punto della situazione è fondamentale per poter stabilire l’obbiettivo del giorno. Così decido, molto realisticamente, che non ce ne saremo andati finche tutte le case non avranno il tetto, e in questo modo lasciare per l’ultimo giorno, cioè lunedì, l’istallazione delle finestre, pomelli, serrature e tutti i dettagli che possano esserci sfuggiti. 

Ma sappiamo tutti come sono i ragazzi, non sono poche le volte che pensano che uno esagera o che non ascoltano bene, o che non si prendono sul serio le parole… durante il pomeriggio quindi invece di andare forte con il lavoro, tranne delle eccezioni ovviamente, ci sono un po di ragazzi che girano come se avessero tutto il tempo del mondo per finire la casa, ma questa volta preferisco non intervenire, e attaccarmi semplicemente alla promessa che non saremo partiti finché tutte le case abbiano avuto un tetto. 

Il risultato è che per le 18.00 ci sono tante case che hanno montato pure le finestre, ma ci sono due o tre che non hanno ancora finito il tetto… ma la verità è che ci poteva stare considerando che in alcuni casi i terreni avevano ritardato di tanto i lavori. Il vero problema è stato che alcuni dei ragazzi avevano pressi pezzi di troppo lasciando alcune case senza quei pezzi e rallentando il loro lavoro. Il risultato di questo è stato che alcuni dei ragazzi, nel pieno buio, con una torcia in mano, sono dovuti andare a ricercare le ultime lamiere, tre di preciso, ognuna per una casa. Le due prime praticamente le trovano subito, ma la terza non compare… i ragazzi sono convinti che li avrei fatto partire, così, con una casa a cui manca un pezzo di tetto, tanto loro sono sicuri di averne uno e a quanto pare non è così importante se a una della case che costruiamo manca quel pezzo… sai, loro ormai sono abituati. Siamo partiti alle 18:40, quando non si vedeva più proprio niente, e solo dopo che alcuni dei ragazzi in giro sono riusciti a trovare il pezzo mancante e l’hanno montato subito. 

La sera prima di cena abbiamo fatto un ultimo briefing per dare le indicazioni per il lunedì: Sveglia mezz’ora prima, lavoro sui dettagli fino alle 10.30 e poi pitturare… fino al momento della benedizione. Speriamo vada tutto bene!

La sera abbiamo fatto l’ultima delle riflessioni, e finalmente è toccato il turno a Dio. Un invito, a chiedersi, a cercare, considerando l’importanza che può significare per la vita affidarsi a Dio o meno. C’è troppo in gioco, e c’è tanto da guadagnare, come per non prendersi sul serio la domanda sull’esistenza o meno di Dio, o meglio ancora, se Lui risponda o meno alla fame infinita di un amore incondizionato ed eterno da parte dell’uomo. Un amore che diventa concreto in Cristo, che diventa uno di noi, si fa come noi per rendersi più vicino a noi. Ma quella del cristianesimo non è una teoria, ma l’incontro con un Amore che lo fondamenta tutto e che tutto lo guarisce. Quella esperienza non si può spiegare, ci si può provare, però l’esperienza è troppo più grande, troppo misteriosa, troppo bella per essere ridotta a qualche gioco di parole. Quel che è chiaro, è che al di là delle diversissimi posizioni dei ragazzi, i dubbi, le delusioni della vita passata, e l’esperienza della fede incontrata in altre persone lungo il viaggio, per molti è chiaro che pensare che il nulla possa essere una risposta soddisfacente al cuore umano non è che una follia, non è qualcosa che uno, nel suo sano giudizio, possa ritenere possibile. Io so solo che niente di quanto abbiamo fatto in questi giorni è frutto del caso, ma è frutto di Dio, e lo so perché io non starei qua a farlo, organizzarlo o a scrivere, se non fosse stato per Lui. Dopo tanti giorni passati insieme, uno ai ragazzi li vuole bene, vuole il loro bene, credo che la cosa più bella che possa desiderare per loro è incontrare quell’Amore che tutto lo fondamenta e tutto lo guarisce, la Amore di Dio. 

Ps. E anche oggi, compleanno numero 17 questa volta per Filippo. La quantità di torte mangiate in queste missioni ha superato ogni record degli anni passati!
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Sveglia come al solito, 07.00 e colazione verso le 07:50, dopo un breve briefing sul da farsi della giornata e la preghiera del mattino. Partenza fissata per le 08:30 che in realtà si sposta per le 08:50, con il solito arrivo delle 09:30 ai campi di lavoro. Al nostro arrivo notiamo che sono arrivati gli ultimi moduli delle case, e quindi sappiamo di avere i materiali per le 28 case che questo primo gruppo costruirà e dovrà finire di montare entro il mezzogiorno di lunedì. 

Dopo una breve preghiera per iniziare i lavori, ci organizziamo in modo tale che ogni cantiere porti tutti i pezzi delle seconde case dei due gruppi ai terreni designati per la costruzione. Una volta distribuiti tutti i pezzi, riprendiamo con la costruzione. In pratica la prima casa di ogni gruppo andrà finita entro la fine della giornata, mentre la seconda sarà finita entro la fine di domenica, così che lunedì possiamo dedicarlo a verniciare le mura e i dettagli rimasti. 

Il tempo oggi non è stato particolarmente clemente con noi, è stata forse la giornata più brutta da quando siamo qua, ce molto meno luce del solito, tantissime nuvole, e una pioggia sottile fastidiosissima. Tra l’altro, sembra sia piovuto tutta la notte, quindi le strade non sono solo terra ma proprio fango, i terreni sono molto scivolosi e i legni delle mura delle future case sono umidissimi. Per assurdo, o forse no, è stata la giornata in cui devo riconoscere che i ragazzi hanno lavorato meglio. Dalle 9:50 fino alle 13 e dalle 13:50 alle 17:00 hanno lavorato senza sosta, portando a termine tantissime case e cooperando gli uni con gli altri. 

Siamo partiti prima del solito, alle 17 e non alle 18, perché abbiamo dedicato quel tempo a fare un po di spesa per le famiglie. Lungo la mattina o comunque i giorni scorsi, i ragazzi hanno chiesto nelle proprie case, o semplicemente osservato, le mamme o i papà su ciò di cui hanno bisogno: cibo, coperte, qualche giocattolo per i bimbi, riempiono le liste dei ragazzi. Arrivati nel supermercato, devo dire che è una scena bella e commovente, e qualcosa dentro di me si rallegra, esulta, perché è molto bello il contrasto del primo giorno al supermercato, quando erano lotte solitarie per l’ultima nutella o l’ultimo pacco di cioccolata, e invece ora li vedo in gruppi, di costruzione, prendendo cose quasi esclusivamente per le famiglie con le quali hanno trascorso una parte degli ultimi 5 giorni, con un bel spirito di gruppo e con molta gioia. 

Prima di lasciare i campi di lavoro, cioè la “Asociación Augusto B Leguía”, ho avuto un brevissimo dialogo con Beto de la Cruz, una delle persone che vive lì, e che è il responsabile di sentire le persone del posto, fare un elenco e poi presentarlo per il censimento e definire l’ordine di costruzione per le case. Ogni giorno che mi vede mi ringrazia tantissimo, al punto che a volte mi fa vergognare e mi viene da dire che quanto facciamo è solo il nostro dovere, qualcosa di giusto nel loro confronti. E niente, questa volta non solo mi ha ringraziato ma prendendomi per mano se l’ha portata all’altezza del suo viso e me l’ha baciata, dicendomi che quanto abbiamo dato loro ci sarà raddoppiato. Non so se veramente qualcosa mi venga ridonato due volte di più, ma non è importante; ma mi tengo stretto quel senso quasi di vergogna che un signore molto più grande di me prenda la mia mano per baciarla. Un gesto di gratitudine smisurata, per qualcosa che per loro è immenso e che per noi è così piccolo, facile e persino divertente da fare. Sono tantissime le persone che lungo la giornata mi avvicinano per chiedermi come fare per avare le casette, casette umilissime che però in confronto a come vivono fanno cambiare tutto, o se non tutto, buona parte delle sofferenze, ma soprattutto del senso d’abbandono. E certo a uno verrebbe da promettere che costruiremo per tutti nel minor tempo possibile, che quella pioggia fastidiosa o quel umidi che fa diventare i terreni così inospiti non saranno più un problema, che staranno in un luogo pulito, nutriti bene, e che ognuno avrà un letto che sembri tale e non un pezzo di pietra… viene voglia di promettere che semmai si ammalassero non sarà un problema, perché potranno avere tutte le medicine che vogliono. Ogni sguardo di ogni persona che incrocio è uno sguardo alla ricerca di speranza, d’attenzione, d’amore. E quando li incroci davvero, quando ti prendi il tempo di leggere negli occhi, ti rendi conto quanto sei piccolo ma allo stesso quanto grande può essere l’amore se gratuito e incondizionato. 

Questa sera abbiamo avuto le riunioni con i gruppi di ragazze, si è parlato d’amore come la notte precedente. Tutti, solo un folle non ci starebbe, hanno voglia di scoprirsi amati da un amore infinito e incondizionato, un amore che non è mercenario e che non cambia a seconda delle nostre azione, un amore che ci ama, davvero, e basta. Pochi lo credono possibile, qualcosa di bello si, ma infattibile, assurdo per la sua bellezza, pochi ci sperano, qualcuno pur riconoscendo che sarebbe bellissimo e che guarirebbe tante ferite nel cuore dell’uomo preferisce non farsi false speranza. Io nel fondo credo che quel amore è un po ciò che i ragazzi stanno vivendo questi giorni, perché disinteressatamente stanno cercando di dare del loro meglio per migliorare un po’ le condizioni di queste famiglie. Spero, come ho già detto prima, che riescano a portarsi questo “stile di vita” al loro rientro nelle loro città.

Ps. Anche oggi abbiamo festeggiato un compleanno, la nostra cara Dida ha fatto 17 anni qua in Perù!
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Missioni 2018 Perù
Stamattina abbiamo avuto una sveglia un po particolare… nonostante la fatica di tutta la giornata alcuni dei ragazzi sono rimasti svegli fino a tardi… la nostra sentinella Santiago era crollato in uno dei divani dell’albergo e non ha notato il flusso di ragazzi che in gruppo andavano da una parte ad altra facendo degli scherzi nelle stanze. Ci sono scherzi e scherzi… purtroppo riempire un letto con acqua e farina e tantissime patatine schiacciate rientra in quelle cose che non tollero, perché costringono un altro a passare una brutta notte, non riposare, ma soprattutto risulta una poca considerazione nei confronti del personale di pulizia dell’albergo, spesso signore umili che vivono nelle stesse condizioni delle persone che stiamo aiutando in questi giorni. Quindi ci sono state delle conseguenze che spero siano servite per migliorare lo spirito del viaggio, ma sopratutto per capire che se le nostre azione derivano in un male per gli altri, per quanto a noi possa sembrare divertente, restano azioni che tirano fuori qualcosa di brutto di noi…

Finita la colazione siamo partiti, e siccome passano i giorni e la stanchezza è sempre più forte, la partenza si è spostata dalle 08:30 alle 08:50, e quindi siamo arrivati al paesino verso le 09:40. Oggi è stato un giorno disastroso dal punto di vista organizzativo. L’associazione sulla quale ci appoggiamo, o meglio il responsabile dei materiali, si era organizzato malissimo con tutte le cose, e ci sono arrivate della casse di attrezzi con meno della metà delle cose necessarie per la costruzione. A questo si è aggiunto il fatto che il camion con il secondo carico di case è partito tardissimo per pura pigrizia degli operai… non contenti con questo ritardo, pure chi ci porta il pranzo al posto di lavoro è arrivato con un ora di ritardo a causa del traffico e dei controlli della polizia.

I ragazzi hanno lavorato la mattina nelle loro seconde case, non potendo mettere i tetti per mancanza di materiali. Questo lavoro si è svolto fino alle 16, quando è arrivato un camion con tutte le finestre per le case e con i moduli per 7 case. Le altre 7 mancanti dovrebbero arrivare durante la notte, e saranno scaricate dalle persone del paese. Quindi dal punto di vista del lavoro oggi ci è andata troppo facile, in effetti, mentre scrivo, qua in giro ci sono tutti i ragazzi a cui a quanto pare restano ancora tante forze… non sarà di sicuro questo un motivo per non spedirli a letto a mezza notte suonata. Ci restano due giorni di costruzione, saranno tosti, impegnativi, a causa dei ritardi, ma ce la faremo benissimo!

Invece dal punto di vista di ciò che chiamiamo missione interna, ovvero le riflessioni serali, oggi abbiamo riflettuto sull’amore, prendendo spunto dal desiderio condiviso da tanti ragazzi sia di tornare a casa che di rimanere vivendo come lo stanno facendo oggi. Una combinazione la casa è il luogo della verità, dove sono al mio agio, dove non ho maschere da addossarmi, dove sono libero, e di conseguenza, il luogo dove il mio cuore può amare davvero. Giovanni, che ha tenuto la riflessione, ha offerto spunti su tre aspetti ritenuti fondamentali da lui: 
1. L’amore come la verità di sé stessi.
2. L’amore come il coraggio di impegnarsi per sempre.
3. L’amore come esperienza di libertà.
Finita la riflessione ci siamo divisi nei soliti gruppi maschili, e cambiando il consacrato di turno, per affrontare il discorso. Tra le tante idee, domande, dubbi, e spunti condivisi con i ragazzi, mi è piaciuto molto la certezza che per amare veramente, serve una sorta di allenamento, di allenare il cuore ad aprirsi all’altro, allenare il cuore per essere più disponibile, più serviziale, più spinto verso gli altri, senza rimanere chiuso nel proprio egoismo. Alcuni dei ragazzi vedevano in questo allenamento una condizione fondamentale per poter affrontare piano piano la verità di sé stessi, tante volte difficile da accettare quanto di apprezzare. Allenamento fondamentale anche per un impegno per sempre, perché non si ama da un momento all’altro ma si tratta di un frutto di azioni che una dopo l’altra fortificano la volontà e la ricerca del bene altrui. Infine, un allenamento alla libertà, a scegliere senza costrizioni, senza dipende dalle aspettative altrui o le idee che hanno gli altri di noi.

Uno dei ragazzi mi ha chiesto come fare, affinché l’amore vissuto questi giorni, non venga a mancare al ritorno. Non credo esista una formula, è anche un allenamento, quello del chiedersi quotidianamente a partire dalla realtà che ci viene consegnata come posso amare di più. Ho anche suggerito loro di vivere il servizio, la carità e di pregare. Sono convinto che solo una fonte d’amore inesauribile e incondizionata come lo è l’Amore di Dio, può sostenere una vita rivolta ad amare. Questo ultimo può suonare a una teoria, e in effetti non “serve” se non è una esperienza di vita, la esperienza di scoprirsi amati incondizionatamente e per sempre, senza importare cosa facciamo, senza dover fare dei meriti… un po come l’amore di un padre o una madre, ma più grande ancora… ma questa è la tematica del prossimo incontro…
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Missioni 2018 Perù
Oggi la mattina è stata normale… cioè ore 07:00. Purtroppo i ragazzi arrivano piano piano alla preghiera del mattino, delle 07:30, e uno dopo l’altro sembravano un esercito di rimbambiti, sia per la stanchezza del lavoro (ma pace, tanto siamo venuti a lasciare tutto), ma non pochi purtroppo a causa delle poche ore di sonno, che tanto insistentemente ho chiesto di rispettare… son ragazzi, è vero, però se dormono poco lavorano male, fanno le cose male e soprattutto si ammalano con più facilità. Quindi stamattina ho dovuto richiamare un po all’ordine e insistere sull’andare a letto non dopo le 23:30.

Siamo partiti quasi puntuali dopo la colazione, e per le 09:30 eravamo nei campi di lavoro. Dopo una brevissima preghiera per consacrare i lavori del giorno, ogni cantiere ha portato i pezzi dei moduli ai propri terreni, e così, più o meno verso le 12 ognuna delle 14 squadre di costruzione aveva tutti i pezzi delle future case nel proprio terreno. Ecco quindi ogni capo squadra ha preso la sua cassa di attrezzi, e si è messo al lavoro. 

Le prime difficoltà, dopo quelle del duro lavoro di portare i pesanti pezzi delle case, sono la livellazione dei terreni, ovvero riuscire ad avere una piattaforma non solo stabile ma dritta in modo di consentire la costruzione della casa. Quasi tutti i gruppi, entro la fine della giornata, sono riusciti a montare tutte le mura e buona parte della struttura del tetto. Due o tre squadre, avendo dei terreni particolarmente difficili, fondamentalmente a base di roccia, sono rimaste indietro, ma speriamo che nella giornata di domani riprendano il ritmo e possano completare la prima casa. Gli altri gruppi, finito il tetto, inizieranno con il trasporto dei materiali delle seconde case. A quanto pare andiamo a buon ritmo, quindi probabilmente riusciremmo anche a verniciare le case… ma è tutto da vedere.

Un momento particolare è stato l’arrivo di alcune delle signore per le quali avevamo costruito la casa l’anno scorso, di un altro paesino proprio, a parecchi minuti di distanza in macchina da dove ci troviamo. Sono venute nel pomeriggio per cucinare per tutti noi dei “picarones”, una pastella a base di zucca e “camote”, cioè una patata dolce peruviana, che è fritta in olio bollente e poi servita con miele di canna. Oltre il fatto che è un dolce molto amato dai ragazzi, soprattutto nelle condizioni di lavoro in cui si trovano, è stato molto bello il gesto di venire fin qua come manifestazione d’affetto e riconoscimento, di gratitudine per quanto avevamo fatto l’anno scorso… non ho detto che il giorno prima erano anche venute con una cassa di avocadi che ci siamo mangiati questa mattina a colazione! Proprio carine queste signore!

I pullman sono venuti a prenderci alle 18.00, quando tutto era già abbastanza buio. E niente, conteggio di persone una volta saliti in modo di non lasciare nessuno nel paesino, e ritorno a casa, per affrontare le lunghe code per fare la doccia. Siamo in un albergo molto bello, ed estivo, che d’inverno riesce a ospitarci perché trasforma le stanze che abitualmente sono per 3 o 5 persone, in vere e proprie caserme militare… però con un solo bagno per stanza… e così ci sono le stanze maschili da 8 e 10 ragazzi… e quelle femminili, che vanno da 6 persone a stanza fino a 13 di loro! Potete immaginare le “lotte” per raggiungere il bagno dopo una lunghissima giornata di lavoro in mezzo alla terra e l’umidità!

Dopo cena abbiamo avuto una breve riunione con tutto lo staff e i caposquadra per fare il punto della situazione sia a livello di costruzione ma anche su come stavano funzionando i gruppi, se c’era cooperazione tra tutti i membri e se c’era qualcuno che avesse bisogno di motivazione o una dritta… 

Per concludere la giornata abbiamo tenuto i gruppi con le ragazze. La notte prima avevamo fatto gruppi con i ragazzi dopo la conferenza sugli idoli, e quindi ora abbiamo riflettuto con le ragazze sulle tematiche esposte. È palese, come ho detto tante volte, e ovviamente senza cadere in una banale generalizzazione, che le ragazze crescono più in fretta di noi maschi, che riescono a essere più profonde, forse perché ne risentono di più la realtà e quello che le circonda, più in fretta di noi maschietti… questo fa si che ordinariamente i gruppi con le ragazze siano poco più intensi di quelli dei maschi. Ripeto, è una generalizzazione, non è sempre così, ma molto spesso si. E nel affrontare il discorso degli idoli, e concretamente rispondere alla domanda su a che cosa dai il “potere” di condizionare il tuo valore come persona e il tuo essere degna d’amore, è stato molto bello vedere l’apertura delle ragazze, quanto doloroso costatare che molte di loro vivono proprio male, con tantissima ansia, le aspettative altrui, soprattutto in termini scolastici e di appartenenza tra le amicizie, sia parlando di popolarità che di bellezza estetica, portando a non poche di loro a cercare modelli più “fighi” di comportamento e modi di fare, e trascurando chi sono loro veramente, magari senza sapere bene chi sono, e quale originalità hanno da offrire al mondo. Un vero peccato, perché ognuna di loro, come ognuno dei ragazzi, è veramente unico, e come loro non c”è stato e non ci sarà mai nessuno… di conseguenza il compito a loro affidato dall’esistenza, non solo in quanto al cosa fare ma forse soprattutto a come farlo, rischia di non essere portato a termine perché si vive più pensando ad essere come altri, seguendo le mode che accetta la società, senza mai chiedersi chi si è veramente e cosa ha ognuno di particolare da dare, non solo al mondo e alla società, ma soprattutto a quanti li circondano. Sono modi di fare radicati molto profondamente, perché per quanto a tutti è chiaro quanto è assurdo dare a questi idoli il potere di condizionarci, è anche chiaro che la pressione sociale e anche famigliare o degli amici ha fatto il suo, portandoci a rimanere condizionati senza volerlo. 

È anche stato bello sentirle parlare della loro esperienza qua, fondamentalmente un’esperienza d’amore e servizio che concede una felicità mai provata prima, una serenità e una libertà interiore ed esteriore che fanno quasi paura per quanto sono strane nella vita ordinaria nelle proprie città. Spero di cuore che riescano, in qualche modo, a portarsi dietro quegli ingredienti che rendono la vita così, cioè felice, serena e libera… caratteristiche di un cuore consegnato all’amore.

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Missioni 2018 Perù
Oggi, come forse avevo già accennato, abbiamo dovuto svegliarci un ora prima dell’orario normale, ovvero le 06:00. Mezz’ora dopo eravamo praticamente tutti nell’auditorio del nostro alloggio per fare la preghiera della sera e poi mangiare. Ci ha ricevuto una giornata molto grigia, e a tratti con  una pioggia leggerissima quanto fastidiosa. Sui pullman eravamo verso le 07:30, e all’ “ampliación Augusto B. Leguía” siamo arrivati verso le 08:30… quest’anno il nostro paesino di lavoro dista definitivamente molto lontano! 

Ci siamo riuniti con le famiglie in uno spazio aperto, dove potevamo stare tutti comodamente. Dopo aver disposto i ragazzi in file per gruppi, ci siamo presentati alle famiglie, spiegando che in quel momento ognuno di loro avrebbe dovuto scegliere un gruppo di ragazzi per la costruzione della propria casa… cioè 28 famiglie per 14 squadre di ragazzi. Ogni due squadre di ragazzi appartiene ad un cantiere a carico o di uno degli universitari o di Benjamin o di me. Uno ad uno chiamavo i capi famiglia chiedendoli di scegliere un gruppo di ragazzi: “scegli quelli più forti” o “scegli quelli che ti sembrano più simpatici” o, un po più banale  “scegli quelli più belli”. Dopo aver distribuito tutte le famiglie ogni gruppo è andato a conoscere la casa dove attualmente abitano. 

L’esperienza di andare sul posto è stata abissalmente più tosta di quanto lo era stato il vedere le foto delle famiglie il giorno prima. Le foto trasmettevano tanto, ma ci sono tantissime cose che sfuggono alle foto: l’altissima umidità, il cielo grigio, il freddo, la puzza di spazzatura, la puzza dell’escremento degli animali, persino la puzza di un cane morto a pochi metri da dove ci eravamo riuniti all’inizio. A tutti questi odori si aggiungeva il terreno, particolarmente complicato a differenza degli ultimi due anni in cui il terreno era non solo molto piccola ma soprattutto molto piatto, cioè senza colline, e molto morbido, quindi facile da gestire nel caso ci fosse il bisogno di livellare le fondamenta. Quest’anno invece il terreno è molto incidentato. più esteso ma soprattutto un sale e scendi che non finisce. Molti dei ragazzi sono tornati con le lacrime agli occhi dopo aver conosciuto la realtà, e le storie di queste famiglie. Nel frattempo era arrivato il camion con i pezzi delle prime sette case. Tutti insieme abbiamo scaricato i moduli per le case fino a mezzogiorno distribuendole per tipologie in modo di facilitare lo spostamento verso la loro destinazione finale. Fino alle 13.00 ogni cantiere ha scelto la casa più lontana e ha iniziato a portare i pezzi, pavimenti prima di tutto. 

Arrivato il pranzo ci siamo concessi un’ora di pausa per mangiare e riposarci un po. Finita la pausa abbiamo continuato con il trasporto dei pezzi, che ci ha tenuti occupati fino alle 15:30 orario in cui abbiamo deciso di tornare per avere una riunione di capacitazione per costruire le case. Dopo cena abbiamo ripreso anche le conferenze e i gruppi di riflessione. Abbiamo approfondito sugli idoli, cioè tutte quelle realtà che mettiamo al centro della nostra vita e a cui diamo il potere di “decidere” se abbiamo un valore o no, se siamo degni d’amore o meno. Ho parlato ai ragazzi dell’indice di felicità, quel, a mi modo di vedere, fastidioso per non dire altro, elenco dei paesi più felici, in cui sembrerebbe che la felicità è qualcosa che si rispecchia nell’ordine e corretto funzionamento della società, chiamiamola anche perfezione, e in più è totalmente scollegata dagli affetti, dall’amore. Ho parlato di questo per trattarsi di un controsenso che ci presenta la società, o una parte della società… affermare che i paesi più felici sono quelli che, allo stesso tempo, hanno tassi di suicidi più alti tra i giovani al mondo, dopo il Giappone; o che hanno le percentuali di consumo di anti depressivi più alti al mondo; o le cui capitali sono ritenute le capitali dell’eroina; tra tanti altri esempi, ha, per non dire altro, degli aspetti contraddittori che non possono passare senza essere notati. È in fondo una società che ha fatto della perfezione, del retto funzionamento, il proprio idolo, dimenticando, probabilmente, le dimensioni più umane e per quello stesso meno controllabili. 

Ho invitato ai ragazzi a chiedersi sugli idoli che cosciente o incoscientemente assumono nella loro vita: l’idolo appunto della perfezione, del successo, dell’intelligenza, della bellezza estetica, del benessere, della comodità, dell’accumulare potere… tra tanti altri. E di fare attenzione, perché se ci attacchiamo agli idoli e diamo loro il potere di definire il nostro valore, o se siamo degni d’amore, vuole dire pretendere di riempire l’infinito “contenitore” che è la nostra anima, con delle realtà limitate ed effimere, che non soltanto ci lasciano più insoddisfatti di quanto lo eravamo già prima, ma che ci fanno pensare che sarà la perfezione a darci la felicità e serenità che il nostro cuore tanto desidera.
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Missioni 2018 Perù
Avremmo dovuto fare un bel po di cose oggi, purtroppo il ritardo di poco più di un ora del nostro volo, mi ha obbligato a cambiare piani! Forse, in un senso, è stato meglio così, con più calma e senza fare le cose in fretta. Siamo atterrati a Lima verso le 12.40, ed eravamo nel nostro albergo a Cañete verso le 16:30 per iniziare a “pranzare”. Dopo aver distribuito le stanze siamo andati al supermercato per fare un po di provviste d’acqua e di tutte le schifezze che riempiono i ragazzi. 

Tornati a casa, prima di cenare, che tanto ormai avevamo mangiato solo tre ore prima, abbiamo fatto una riunione per rimettere le cose in ordine, cioè le priorità, il perché siamo qua e cosa siamo venuti a dare e portare a queste persone. È curioso quanto è facile dimenticare le cose essenziali, quando si è circondati da tante cose superflue. E con superflue non intendo cose negative necessariamente, ci sono cose superflue che ci possono stare, il problema è l’attaccamento, o darle priorità, pensare che senza di esse non si possa vivere. E a volte succede proprio così, ci si distrae per queste “esigenze” o “bisogni”, che in realtà di bisogno reale hanno ben poco. Durante la riunione quindi oltre rivolgere ai ragazzi la domanda “che sei venuto a fare?” e “cosa hai da dare?”, ho mostrato loro delle fotografie fatte ad alcune delle famiglie che aiuteremo nei prossimi 7 giorni. Un silenzio è calato nell’auditorio, perché le immagini parlavano per sé stesse, la miseria e povertà che si vedeva nelle foto molti di loro non se la immaginavano. E alle immagini seguiva l’inevitabile domanda: “che hanno fatto loro per meritare di vivere così?”, ma soprattutto “che merito ho io per vivere come vivo?” Sono domande pesanti, ma importanti per un ragazzo che tante volte da le cose per scontato, e non parlo solo delle tantissime cose superflue con cui vengono riempiti, ma anche per quelle cose fondamentali come lo è la formazione scolastica.  Se tutto risulta scontato, allora il senso di gratitudine si perde, e senza essere grati si finisce per credere che dobbiamo tutto a noi stessi. 

È vero, per quanto riguardano i partecipanti, che prendere consapevolezza dell’immensa fortuna che hanno è uno degli obbiettivi fondamentali, ma è molto più importante che questa consapevolezza diventi poi un rendere grazie di tutto ciò che si ha e porti i partecipanti a chiedersi “cosa posso fare io?”, “come posso far diventare qualcosa di concreto questo senso di gratitudine?” I prossimi 7 giorni saranno un’occasione concreta per essere grati, amando e donando un po del proprio tempo a delle persone che hanno proprio bisogno che li venga ricordato che loro sono importanti e che ce qualcuno che li pensa…

Ps. A cena abbiamo festeggiato il terzo compleanno di fila, questa volta è stato il turno di Giulia, 17 anni, e tre torte per saziare la fame dei più di 80 ragazzi!
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Sveglia traumatica questa mattina alle 3:00. Partenza in pullman alle 3:30 fino alla stazione di Ollantaytambo, dove alle 05:20 abbiamo il treno per Aguas Calientes. Due ore di treno e altri 30 minuti in pullman da Aguas Calientes fino alla cittadella inca di Machu Picchu. Ci dividiamo in cinque gruppi, e dopo la classica foto di gruppo, ogni mini gruppo prosegue con la propria guida in diverse direzioni della città. 

Verso mezzogiorno torniamo giù, ad Aguas Calientes, dove pranziamo e festeggiamo Micaela, che fa 16 anni. Poco dopo pranzo concediamo ai ragazzi 30′ per fare un po di shopping di cose tipiche di Alpaca. Alle ore 15:20 prendiamo il treno di ritorno per Cuzco, arrivando finalmente in albergo verso le 20:30. Alcuni decidiamo di rimanere in albergo e ordinare delle ottime, diciamo, pizze di Cuzco, mentre il resto si divide in vari gruppi e va alla ricerca di Hamburger nella città.

Domani si torna in aereo a Lima, poi pullman per Cañete, e infine faremo conoscenza delle famiglie per le quali costruiremo le case!!!
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Siamo arrivati a Cusco verso le 7:30, dopo un lungo viaggio in pullman di quasi 11 ore. Cusco si trova a 3400 metri di altitudine, e la mancanza d’ossigeno si sente sin dall’inizio. Poi ci sono i classici consigli: mangiare moderatamente, idratarsi, non correre, e fumare il meno possibile. Una volta sistemati in albergo e fatto colazione, siamo praticamente tutti crollati in stanza (tranne alcuni dei ragazzi che seguivano la partita Russia vs Spagna!) fino a mezzogiorno, che siamo usciti per mangiare tutti insieme. Abbiamo poi festeggiato Pietro per i suoi 16 anni con un paio di torte!
 
Verso le 13:30 ci siamo divisi in 4 gruppi per iniziare il giro della Cattedrale. Dopo la visita, che è durata circa un ora, siamo andati a Kenko e a Sacsayhuaman, un paio di costruzione inca con blocchi di pietra alti 10 metri e pesanti 120 tonnellate! 
 
Prima di tornare in città ci siamo fermati in un mercato di tessuti di alpaca dove i ragazzi hanno approfittato per fare qualche regalo. Dopo la messa in una bellissima chiesa coloniale ci siamo divisi in gruppi per mangiare, rigorosamente fast food, il più velocemente possibile in modo di andare presto a dormire, visto che domani la sveglia è alle 3! Domani quindi ci aspetta una lunga giornata nella quale visiteremo Machu Picchu. 
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