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Solita sveglia delle 6:30, e i ragazzi sono ancora molto puntuali. Preghiera del mattino alle 7 e prima colazione in seguito, e la solita partenza delle 8:15 verso la chiesetta per fare mezz’ora di adorazione e poi la messa. Partiamo alle 10 verso i rispettivi cantieri, tutti e quattro con le case pronte a vedere le mura alzarsi piano piano. I ragazzi lavorano in fretta, e tutte e quattro le case sono quasi finite verso l’ora di pranzo. Da lì in poi ogni gruppo aiuta la propria famiglia a iniziare con il trasloco. Fa impressione vedere, toccare, la semplicità e povertà dei loro possessi. Sono tutte cose che da noi sarebbero state scartate tanto tempo fa, cose raccolte qua e là che qualcuno probabilmente ha buttato perché rotte o troppo vecchie. Nel vederle nella nuova casa il contrasto è tremendo, ma tutto sommato, visto gli spazi, la luce, e via dicendo, ritrovano un loro posto e una sua, diciamo, dignità. È vero che il contrasto fa notare di più le crepe, la vecchiaia, la miseria di questi oggetti, ma è anche vero, e devo dire un po strano, come nell’ambiente nuovo e spazioso, non si vedono così terribili come prima. Credo che i ragazzi non si rendano ancora conto di quanto stanno facendo e regalando a queste famiglie bisognose. Spero lo capiranno quando domenica prossima andremo casa per casa a benedirle, e le stesse famiglie dedicheranno ai ragazzi qualche parola di ringraziamento. 

Nel ruolo che ricopro, ogni giorno, sia qua che a Cañete, mi capita di ascoltare tante persone bisognose che vengono da me a chiedermi come fare per ricevere una casa. Oggi, persino uno è venuto fino al posto dove alloggiamo alla ricerca di qualche dritta riguardo la possibilità di riceverne una. Sono sempre storie dolorose, che in un certo senso faccio fatica ad ascoltare. Sempre storie di gente che non ha niente, a cui non basta neanche per mangiare, e spera in qualche modo di ricevere questo regalo. Manco a dire che sono persone che non si sforzino per lavorare, anzi, lavorano e tanto, ma il tipo di lavoro a cui possono accedere non è in grado di garantire neanche una giornata di pasti completi. Fa impressione poi quando ti confronti, perché inevitabilmente lo fai, nel tuo modo di vivere, di spendere, nell’uso che fai delle risorse che hai. Ho incontrato anche una signora che non ha soldi per il medico per i suoi due figli piccoli. Il maschietto si è slogato la clavicola cadendo dalla bici, mentre la piccola tredicenne perde del sangue. Le avevamo chiesto di informarsi sul costo della visita medica, cosa che han puntualmente fatto: 20 dollari la visita… e poco prima eravamo stati al supermercato e uno dei ragazzi, tra patatine, gatorade e tanti cioccolatini della Ferrero, aveva speso poco più di 30 dollari… e le storie non finiscono qua perché uscendo dal supermercato mi si avvicina un bambino di dieci anni di nome Jesús, me chiede qualche spiccio. Non do mai soldi, preferisco andare a comprare qualcosa per la persona in bisogno o offrire un pasto. Andiamo insieme fino a una sorta di forno e mentre aspettiamo chiedo Jesús quanti sono in famiglia: sono 8, 6 fratelli più mamma e papà. Chiedo a Jesús se ha cenato e mi risponde di si con un gran sorriso, insisto con la mia curiosità chiedendo cosa ha avuto per cena e mi risponde che un pezzo di pane con del the… Compro qualcosa per lui e la famiglia e anche un piccolo gelato che mi chiede con insistenza e un gran sorriso. Non spendo neanche 10 dollari per permettere a una famiglia di 8 persone mangiare qualcosa di diverso e soprattutto di saziante… mentre qualche minuto prima avevo speso 12 dollari per un asciugamano del quale avrei potuto fare a meno se mi fosse preso più cura di quello che avevo portato, sarebbe bastato lasciato fuori ad asciugare e non dentro alla stanza, dove per forza si è rovinato… So bene poi che questi discorsi possono sembrare assurdi, avere delle possibilità migliori di altre persone, per una fortuna che tante volte non è proprio un frutto assoluto di uno stesso (ci si mettono le possibilità che abbiamo avuto e da dove veniamo… realtà che non ci siamo necessariamente guadagnati), non deve essere una colpa. Penso invece che deve diventare una responsabilità che parte della gratitudine. Una gratitudine che da una parte ci dovrebbe portare a imparare il valore delle cose, e prenderle quando ne abbiamo effettivo bisogno. Dall’altra parte, questa stessa gratitudine dovrebbe portarci a cercare di fare una qualche differenza, grande o piccola che sia, affinché rinunciando a qualcosa del nostro superfluo, riusciamo di garantire a qualcuno qualcosa di quanto appartiene a ciò che è essenziale. 

I gruppi dei ragazzi tornano piano piano a partire delle ore 15. Tutti stanchi ma felici, e pieni di energia, ancora, che è riversata nell’oceano. Gli ultimi tornano verso le 17 e passa, felici lo stesso, ma un po più scottati degli altri. Oggi, infatti, il sole è uscito con molta più forza, e anche quando ci sono le nuvole, scotta tantissimo. Un gruppo di ragazze ha dovuto fare un’escursione di emergenza nel paese per cercare di trovare un protettore solare da 50 quanto meno! Ci rincontriamo tutti quanti alle 18:30 per pregare il rosario davanti al mare. Nelle intenzioni ricordiamo le persone che stiamo aiutando, i nostri genitori, le persone a noi care, le famiglie che stiamo aiutando, e chiediamo il Signore di continuare a concederci le forze per lavorare duro e sodo come tutti questi giorni. Finito il rosario abbiamo un po di tempo libero fino alle 20:15 in cui entriamo in sala pranzo, dove ci ricevono un sacco di palloncini allestiti dalle ragazze per Maria Giulia che oggi ha fatto 19 anni. Finito di mangiare esce una torta gigante al cioccolato, piena di dulce de leche e ricoperta da tantissimo cioccolata. Contro ogni pronostico la torta non sparisce del tutto, ne rimane poco più della terza parte, ma sono certo che domani durante la prima colazione più di uno gradirà il fatto di averla ancora con sé. 

Ora i ragazzi giocano alle carte o al lupus, e la notte prosegue tranquilla. Sono ragazzi e ragazzi molto carini e bravi, sono pochi in confronto ai gruppi che di solito gestiamo, e questo crea un ambiente particolare. 

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Ormai, già dal primo viaggio, la sveglia delle 06:30 è d’obbligo. È infatti il modo migliore per approfittare al massimo la giornata e cercare di spedire i ragazzi presto a letto. Finora va bene visto che sono i primi giorni, ma so bene che già arrivando a Cañete i ragazzi sacrificheranno volentieri le pregiate ore di sonno pur di rimanere fino a tardi. Oggi il nostro orario è costretto a subire qualche modifica. Siamo partiti verso le 8:15 per l’adorazione eucaristica e poi la messa nella parrocchia qua del paese. Però al nostro arrivo ci viene detto che alle 9 ci sarà una celebrazione del paese. Inizialmente decidiamo di rimanere e farci la messa in spagnolo… però con il passo dei minuti ce ne accorgiamo che gli orari da queste parti sono tutt’altro che svizzeri, quindi decidiamo di rimanere la nostra messa alla sera, mentre invece ci incamminiamo verso il mare per pregare il rosario. 

Alle 9:30 siamo sui nostri tipici e poco moderni mezzi di trasporto. Tocca dire che le quattro case che stiamo costruendo non sono proprio vicinissime. Due stanno a venti metri una dall’altra ma la terza si trova a quindici minuti in macchina mentre la quarta ad altri 2km dalla terza… quindi in pratica ci salutiamo dopo il rosario e ci rincontriamo dopo la giornata di lavoro, la cui fine è prevista per le 16. L’obbiettivo della giornata per ogni squadra è di fissare le fondamenta e costruire il pavimento. A differenza delle case che facciamo a Cañete, e che faremo con questo gruppo la prossima settimana, queste case di Ecuador si costruiscono sulle palafitte, sono molto più grandi, quasi il doppio, ma molto più leggere. Qua infatti praticamente non fa mai freddo… ma piove tantissimo. Fissare le fondamenta significa prima di tutto scavare dei buchi profondi poco più di un metro in cui verrano fissate 12 pezzi di legno che saranno le fondamenta della casa e costituiscono una parte fondamentale di ciò che sarà il pavimento. Il pavimento invece viene costruito con 78 tavole da legno. Tutte le squadre ci riescono tranne una che ha dovuto all’ultimo cambiare il terreno per la costruzione. Hanno in pratica dovuto smontare tutta la vecchia casa del signore Gallo, così fa di cognome un signore molto anziano che fa fatica a camminare, per poi poter iniziare con le fondamenta. 

Fare le fondamenta delle case, sia qua in Ecuador che a Cañete, è sempre un’occasione per far riflettere i ragazzi, o almeno lasciarli con qualche pensiero al riguardo. È la parte più faticosa, più noiosa, e che deve essere la più precisa di tutta la costruzione. Fondamenta fatte male vuoi dire una casa che sarà storta, che avrà problemi con le sue mura, e che sarà poco stabile. Le realtà solide hanno bisogno di dedizione, di tempo, di cure millimetriche a volte. Di saper tornare indietro per rimediare e sistemare quanto sia necessario, anche le volte in cui quel tornare indietro vuol dire tanto ma tanto lavoro. Le realtà durevoli hanno bisogno di pazienza e sicura dei dettagli. Ogni piccolo dettaglio può fare la differenza, in bene come in male. Una piccola crepa al inizio può significare una grande spaccatura nel futuro. È così che si costruiscono case solide e durevoli. E così si costruiscono le realtà più importanti delle nostre vite: il nostro futuro, i nostri rapporti di amicizia più cari, il rapporto con la persona con cui si vorrà passare tutta la vita, o la stessa preparazione per affrontare un qualsiasi impegno a vita. Tutte le realtà che contano, e che definiscono buona parte della nostra esistenza, hanno bisogno di questa dedizione iniziale. Ovviamente nel caso di queste realtà umane, non basta soffermarsi in questa dedizione iniziale. Tutte queste realtà non possono vivere di rendita, ma hanno bisogno di una costante cura e attenzione. 

I ragazzi sono tornati molto carichi dal lavoro, veramente felici e soddisfatti di quanto hanno fatto. Praticamente tutti i maschi siamo finiti in mare per farci un bagno parecchio lungo, almeno fino alle 17:15, e poi siamo andati a farci la doccia per andare a messa nel paese. Finita la messa ci siamo riuniti in un salottino della parrocchia per partecipare alla prima conferenza del viaggio, la prima di cinque. Dani ha approfondito l’importanza di andare in profondità, dell’esigenza di ogni persona di iniziare percorsi per rispondersi alle domande esistenziali, fondamentali, della vita, quali da dove vengo, chi sono, dove andrò a finire, che senso ha la mia vita, il perché della sofferenza, il perché della mia fortuna e la sfortuna di altri… insomma tutta una serie di domande a cui nessuna scienza può dare una risposta esaustiva, che sappia dare serenità al cuore umano. Probabilmente ogni giorno riceviamo un sacco di informazioni, che possiamo chiamarle anche importanti, insieme a tante totalmente insignificanti, ma che non necessariamente sono essenziali. Sono le risposte alle domande essenziali quali che in qualche modo ci garantiscono la pace del cuore, il resto sono diversivi. Forse l’esempio del tramonto, usato da Dani, è quello che illustra meglio questa realtà. Probabilmente risulti molto interessante capire il perché un tramonto accade o ha determinati colori… ma è un’informazione della quale possiamo farne a meno… anzi probabilmente dinanzi a un tramonto, il nostro primo desiderio sarebbe quello di capire come mai questo determinato evento della natura suscita in me determinati sentimenti, emozioni, in alcuni casi fino al pianto…

Dopo la conferenza siamo tornati a casa, mangiato, e poi ci siamo divisi in cinque gruppi. Un gruppo misto con i 6 ragazzi dello staff, due gruppi maschili con sei ragazzi ognuno, e due gruppi femminili con sei ragazze. Lo scopo dei gruppi è approfondire sulla tematica trattata nella conferenza, confrontarsi, chiarire dubbi e condividere le diverse impressioni dei ragazzi, un arricchimento mutuo insomma. 

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La sveglia di questa prima giornata è stata alle 6:30. Preghiera del mattino alle 7 e subito dopo una classica prima colazione ecuatoriana, cioè tanta banana schiacciata e poi fritta. Partiamo verso le 8:15 per un momento di preghiera eucaristica nella cappella del paese, che dista circa 10 minuti a piedi da casa nostra. Dopo la preghiera rimaniamo in chiesa per partecipare alla messa, la prima in italiano per questo gruppo. Prima di iniziare con le attività fisiche, ci riuniamo in un salottino per dire ai ragazzi i gruppi di lavoro con i rispettivi caposquadra. Ci sono 4 squadre con 9 membri ognuna. Passiamo dal supermercato per fare un po di provviste, in altre parole le porcate che piacciono ai ragazzi, preferiti su tutti gli oreo e i doritos. Partiamo verso la zona di scarico del primo camion, arrivato stamattina con i moduli necessari per la costruzione di 4 case, prima di tutto per conoscer le prime 4 famiglie. Sono famiglie che vivono per strada, in capanne, con qualche telo nero o pezzo di legno che fungono da mura, da più di tre anni. Hanno perso tutto durante il terremoto di tre anni fa. 

Ogni famiglia sceglie un gruppo, e ogni gruppo si presenta e va a conoscere la situazione in cui vivono. Juan Pablo e Cristina, che sono la coppia che ha scelto il gruppo del quale faccio parte, vivono praticamente per strada. Cioè hanno invaso un pezzo di strada di non più di 12 metri quadri, tirato su qualche telo nero attaccato a 2 pali che confinano con le mura di un altro terreno. Nell’interno ce qualche tavolo, una piccolissima Tv molto vecchia e un solo letto di una piazza e mezza dove dormono loro due e le figlie, Cristel e Geisha, che in realtà sono figlie del primo matrimonio di Cristina. Il papà naturale delle ragazze le ha lasciate tempo fa, e non si fa vivo particolarmente speso… di fatto, le ragazze chiamano Juan Pablo il suo papà. Juan Pablo lavora come “tassista” con il suo tuc tuc, e quando viene chiamato va anche in barca per tirare fuori qualche pesce… Cristina invece fa la casalinga. La casa è a contatto diretto con la terra, e siamo in una zona dove piove tanto e forte, quindi è pane quasi quotidiano per loro ritrovarsi in una casa allagata. Fa molta impressione in questa zona il contrasto. È vero che in generale è una zona povera, ma trovi case in cemento, degne, e tenute più o meno bene. Ma c’è anche chi in mezzo a tutto ciò vive ancora in queste sorte di tende, praticamente all’intemperie e senza nessun tipo di comodità e sicurezza. È un invito fortissimo per i ragazzi da una parte ad apprezzare ed essere grati con tutto ciò che possono avere, e che è per loro garanzia di sicurezza e dignità. Ma è soprattutto un invito a guardare con occhi che siano da porta di ingresso ad un cuore che si vuole commuovere e darsi da fare per queste famiglie, e facendolo prendere atto di quali sono le cose essenziali di cui veramente abbiamo bisogno, e quante invece sono futilità a cui diamo il potere di gestirci perché nel fondo ci incatenano, ci tolgono la libertà e ci fanno credere che la serenità che cerchiamo e che anela il nostro cuore si trova nel possesso. 

Iniziamo con lo scarico del camion verso le 12.30. E finiamo, devo dire molto in fretta, verso le 13.30. In quel momento arrivano i pranzi, sponsorizzati dal comune. Ci arrivano delle porzioni giganti, con piatti diversi in ognuna. Questa è zona di tantissimi gamberi, e quindi ce più di un fortunato che riceve un piatto pieno di gamberi mentre altri, come io, ci dobbiamo accontentare con il solito pollo e riso. 

Riprendiamo il lavori alle 14:30. Abbiamo scaricato i moduli per 4 case, ma risulta che solo due saranno costruite lì vicino a dove abbiamo scaricato i camion… le altre due case sono a 12 minuti in macchina, quindi dobbiamo caricare due pick up e iniziare a portare tutto dall’altra parte. Passano 90’ circa e siamo riusciti a distribuire i pezzi delle due case lì vicino. Ci aiuto i bambini, le donne e gli uomini del posto, il che rende tutto molto più semplice. Invece il lavoro per le altre due case va avanti fino alle 17:30.

Quando arrivano tutti i ragazzi organizziamo al volo una partita 8 contro 8 in spiaggia, in riva al mare. A tratti sembra più una partita di rugby e a momento molto puntuali un vero campo da lotta libera. Tutto in amicizia ovviamente, ma senza rinunciare a un sano agonismo. Quando finiamo, dopo un’ora e passa, ci tuffiamo tutti nell’oceano, che da queste parti, al parallelo zero, ha una temperatura molto gradevole.

Torniamo a casa per lavarci, quasi tutti, e poi ci rincontriamo sulla spiaggia, verso le 19:30 per pregare il rosario. È un bel momento di pace e serenità, accompagnato dalle onde del mare che bagnano la spiaggia. Dopo aver finito di pregare andiamo tutti in albergo per mangiare. La giornata finisce con la consegna delle lettere che molti dei ragazzi hanno scritto a se stessi l’anno prima, e con un lavoro personale sulla prima meditazione proposta.

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In realtà il viaggio è iniziato il sabato 13 luglio, sia da Roma che da Milano, verso le 18 o le 19, e in realtà qualche ora prima quando i 22 ragazzi hanno lasciato le loro case per rivolgersi ai rispettivi aeroporti. I voli sono i soliti Milano- Madrid e Roma- Madrid, dove dopo un lungo scalo di poco più di 4 ore i ragazzi sono finalmente saliti nell’aereo che li avrebbe portato fino a Guayaquil, con un breve scalo a Quito. 

A Guayaquil, già dal giorno prima, c’eravamo i 5 consacrati e il sacerdote che li accompagneremo nel percorso spirituale/interiore dell’esperienza, e i 6 tra ragazzi e ragazze universitari che saranno responsabili della parte organizzativa. Con noi c’e anche da qualche giorno un dei ragazzi che fa parte del gruppo, che pero aveva voluto aggiungersi all’ultima tappa del primo gruppo, quella della costruzione di case a Cañete. Infine, ad attenderci tutti, già dalle 5 del mattino circa, un altro ragazzo che è arrivato direttamente dagli Stati Uniti dopo tre settimane di studio negli Stati Uniti. E insisto sul nome, sono gli Stati Uniti, non America, America è un continente!

Insomma, i ragazzi sono arrivati dopo più di 20 ore di viaggio, includendo i vari stop negli aeroporti di Madrid e Quito. Essendo atterrati verso le 8:50, e usciti verso le 10, siamo saliti in pullman e partiti verso le 10:30. Prima sosta è stata alle 12, nella località di Cascol, un posticino sperduto in questa sorta di foresta attaccata al mare che caratterizza la costa norte dell’Ecuador. Abbiamo mangiato quel che c’era, ovvero delle crocchette ripiene di pesce e delle empanadas ripiene o di carne o di pollo. La caratteristica però è che non sono fatte con la farina ne niente di simile, ma con la banana schiacciata e fritta. Non saprei dire se erano effettivamente buone quanto la proporzione in cui ce le siamo mangiate… forse era più la fame che altro! 

Non appena ci siamo fermati per mangiare il pullman che ci portava si è rotto. Quindi siamo stati fermi dalle 12 fino alle 15 finché è arrivato un altro pullman da Guayaquil. È stato un tempo impiegato per fare gruppo, conoscersi un po di più, cantare, giocare a carte, vedere la finale di Wimbledon e mangiare insieme. 

Verso le 15 è arrivato il nuovo pullman, l’abbiamo caricato con le valigie e siamo ripartiti verso il nostro destino finale, destino che abbiamo raggiunto poco dopo le 18. Abbiamo distribuito velocemente le stanze, sistemato piano piano le cose che c’erano da sistemare, e siamo partiti verso il paese, per partecipare della messa. La messa è stata celebrata da padre Gonzalo, che sta con noi da quando abbiamo iniziato il primo viaggio di missioni in Perù. 

La lettura del giorno è stata il passaggio del Buon Samaritano:

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai».

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese:

 «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

Impossibile non trovare collegamenti con quanto ci disponiamo a fare in questi poco più di 17 giorni di lavoro. Amare Dio sopra tutte le cose, e amare il prossimo come a sé stessi… Ma chi è il nostro prossimo… siamo noi a deciderlo? Sarebbe troppo comodo ridurre il prossimo a colui che uno si sceglie, troppo limitato e troppo da parte… il prossimo è invece ogni persona che la realtà ci presenta, direi che Dio ci presenta, ogni persona bisognosa di noi, e tenendo conto che di bisogni ce ne sono di tutti i tipi. Chiunque alla ricerca di ascolto, di consolazione, di attenzioni, di qualche parola di conforto o magari anche di un aiuto concreto o più pratico è un nostro prossimo. E il buon samaritano cosa fa… si lascia toccare, nel cuore, dalla realtà del bisognoso, si impietosisce… Prima di tutto deve accorgersene, avere occhi per guardare il prossimo nel suo bisogno per poi venirgli incontro. Senza questa attenzione verso la realtà, questo atteggiamento di sguardo attento verso chi di noi può avere bisogno di aiuto, non si può notare mai chi di noi è prossimo. E tante volte succede così perché viviamo guardandoci all’ombelico, concentrati e ripiegati su noi stessi, a leccarci le ferite o vittimizzarci… non che le nostre di sofferenze non siano importanti o non abbiano un suo luogo… ma che la strada di una vita piena, che è quella che risponde alla domanda sulla vita eterna, è quella che non si ripiega verso se stessi, e che nella cura degli altri trova non soltanto conforto, ma la medicina per la propria vita: vivere l’amore.

E quindi solo dopo che se ne accorge, e si lascia toccare il cuore, scende dal cavallo, si prende cura, fascia le ferite, prima ancora le pulisce, lo porta con sé, gli trova riparo, passa la notte con lui, e si organizza in modo che non gli manchi nulla il giorno dopo… non solo, si fa debitore per qualsiasi cosa che possa mancare e che non sia coperta da quanto ha lasciato… I giorni che ci aspettano, devono essere pieni di questo atteggiamento, di accorgercene cosa ma soprattutto chi abbiamo di fronte, e metterci all’ascolto, a disposizione, e darci da fare, mettendo in crisi persino i nostri propri piani o organizzazioni. Il buon samaritano infatti cancella ogni piano possibile, metti in pausa i propri programmi pur di portare a termine il compito di prendersi cura di quel qualcuno che ha accolto come il suo prossimo. Questi giorni che iniziano, devono avere al cuore dell’esperienza, la scelta personale di mettersi a disposizione, di vivere con apertura il sacrificio, di aver occhi e orecchi disposti a guardare e ascoltare, non soltanto gli altri come prossimi, ma anche ognuno di noi come il proprio prossimo… 

Tornati da messa abbiamo mangiato. Nell’albergo, che in questo momento ha una nuova gestione, si sono sforzati per cucinarci un piatto buonissimo tipico del posto, con il solo difetto di averlo fatto stile gourmet, cioè della serie che forse riusciva a saziare un pulcino. Ho informato subito l’amministrazione che da domani, che iniziamo a lavorare, serviranno razioni più consistenti, speriamo bene!

Finito di mangiare ci siamo riuniti brevemente per parlare un po del senso del viaggio e del programma del giorno dopo… abbiamo ritirato tutti i cellulari e spedito tutti a dormire… facendo un po di conti, i ragazzi sono in viaggio da più di 36 ore… 

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